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Sidun La canzone "Sidun", scritta con Mauro Pagani, è stata cantata e
incisa in "Creuza de mä" da Fabrizio De André nel 1984. Queste le parole con cui lui stesso la commentò:
"Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all'uso delle
lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l'attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz'età, sporco, disperato,
sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. (...) La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la
morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della
civiltà mediterranea".
From : "Enrico Gori" <firemagmar@tiscalinet.it> Nota: le correzioni suggerite sono state "incluse" nei testi. Subject : Creuza De Ma: sguarùin zeneixi. (errori genovesi) Date : Mon, 21 Jan 2002 19:44:16 +0100 Gentile Webmaster del sito www.viadelcampo.com, A parte farle i complimenti per il Suo bellissimo sito,
decisamente più che degno del più grande poeta anarchico dell'ormai scorso secolo, volevo segnalarvi alcuni errori (il titolo della missiva significa infatti:errori genovesi) nei testi di Creuza De Ma, album stupendo, e
questo è aggettivo ancora banale..Non ci sono parole per descriverlo... Ma passiamo al dunque: 1) 'A Dumennega (titolo genovesizzato): Nel verso "bruttu galusciu de 'n purtò (e accidenti,
niente accento circonflesso)..." c'è un imprecisione dell'autore dei testi contenuti nella bustina dietro il disco. Vado a spiegare: La vocale "o" con l'accento circonflesso ha il
significato di "------ore" (imperatore, portatore), e quindi sarebbe corretto. Ma l'incaricato ai testi ha scritto "purtou", dove il dittongo (che si pronuncia comunque ou e non u) ha il significato di
"ato" (rinnegato, portato, peccato). Personalmente opterei per la prima possibilità. Sicuramente era quella l'intenzione di Faber. 1bis) "A Dumennega":
"Mancu ciù u nazu (sì, la "z" è una "s" impura in genovese) gh'avei..." E qui, caro Faber, hai fatto un errore grosso, spero incidentale....
Perchè "avei" è l'infinito presente del verbo "avere", il medesimo, appunto^_^ Mentre la forma corretta è "aviei", avete, appunto. 2) Xaminn-a (Jamin-a, puro genovese):
A) l'erronea traduzione di "mussa pinn-a" (quella mussa non è decisamente sazia... ma piena....) La ringrazio del Suo tempo, Un giovane ammiratore di Faber (15 anni)
D'ä mæ riva
Ed ecco una bella e libere interpretazione di Riccardo Venturi, come solo lui sa fare:
D'ä mæ riva Sulu u teu mandillu ciaèu D'ä mæ riva
(Souvent, pour s'amuser...no, insomma, non è poi tanto per divertirmi. Sovente siedo su una spiaggia che dev'essere ghiaiosa, con dei bei ciottoli di ogni dimensione, perché mi diverto a lanciarli in mare. Non
m'importa che rimbalzino, mi basta sentire il rumore che fa un sasso che cade nel mare. Me lo devo fissare continuamente dentro. E qui mi viene a mente che nessuno potrà mai riprodurre esattamente un
rumore, se non con una registrazione meccanica o, meglio, con cosa gliene resta nel cervello, nella memoria lunga. Lo stesso vale per un odore. Le descrizioni non servono a niente. Che cosa sarà stato quel
"mandillu ciaèu", quel fazzoletto chiaro? Quale rumore, quale odore vi sarà stato associato?)
'Nta mæ vitta u teu fatturisu amàu, 'Nta mæ vitta
(Aspetta, Fabrizio. Qui ci dici qualcosa di grande e di ambiguo. Il sorriso amaro di chi? Di chi ti stava sventolando quel fazzoletto chiaro? O della Città intera?
Si pensa sempre al sorriso di una persona, finanche di un animale. Certo è che anche le città possono sorridere, e amaramente. A me capita quasi sempre con Firenze, o forse sono io che le dirigo sorrisi amari. Non so
perché. Firenze è una smorfia che ad alcuni potrà sembrare un sorriso, ad altri chissà che cosa. Un'espressione di dolore. Uno sberleffo. Un inizio di pianto da parte di uno che non piange quasi mai.
Di converso, m'immagino che Firenze usi verso di me lo stesso trattamento. Nella mia vita il suo sorriso amaro, sempre che ne sia capace. Sempre
che ne siamo capaci. Mi chiedo quali espressioni abbiano le città degli altri, i luoghi di tutti. Come sghignazzi Roma. Come tossisca Torino. Come rida Bologna. Ci sarà una città che piange?)
Ti me perdunié u magún
Ma te pensu cuntru su E u so ben, t'ammìi u mä 'n po' ciû au largu du dulú
(Un po' più al largo del dolore, c'è un'isola. Appare sempre nella
nebbia, tra i fuochi di porti lontani; nel gelo o nella calura, le onde si spezzano su delle secche o su degli incagli prossimi alle rive frastagliate, rotte, scoscese. Non c'è nessuno, pur sapendo che l'isola
vive e ed è vissuta. Al vederla, si gronda sudore per abitudine. Nella piattitudine dell'arrivo, si staglia la forma d'un monte ripido e crestato in lontananza; nel cielo latteo si risentono le voci del
passato, algidi tromboni che parrebbero non avere alcun senso. Al di là delle voci, sono i ricordi, distillati goccia a goccia, che rimangono incatenati come Prometeo; le tue vanità sono oramai sepolte nel midollo;
la nebbia quasi s'incastra nella salsedine. Ci si ammassa negli angoli della nave, le facce sono tetramente inespressive. Le luci del porto. Ci si nutre per un attimo della
speranza o dell'abbaglio che tutto ciò torni ad essere una forma. Ma è solo, e lo si sa, qualcosa più al largo, e più largo, del dolore.)
E sun chi affaciòu A 'stu bàule da mainä E sun chi a miä
(Nella foto, spedita dal Taller Fotográfico Mounier & Hijos di Buenos Aires, si vedono due signori di mezz'età. Se non fosse che li riconosci come i tuoi zii, Sebastiana e Dino, si direbbero due corpulenti coniugi
argentini; eppure passavi al Vapelo, su per la Salita del Salandro, e sapevi che abitavano li'. Scale che si perdono negli oleandri. Tornarono, e il baule era nella stanza principale, e quasi unica, della
vecchia casa. Il gabinetto era ancora di quelli pensili, bisognava uscire fuori nel corridoio. La televisione gracchiava in bianco e nero, Pippo Baudo giovanissimo, Nino Ferrer, Febo Conti. L'uomo era quasi
infermo nelle gambe, ma aveva una straordinaria forza nelle mani. La donna tirava il mulino e la croce. Il baule. Non ho mai saputo che cosa ci fosse dentro, ma non ho mai chiesto d'aprirlo. Ma forse c'erano
Tréi camixe de vellûu Dui cuverte u mandurlín E 'n camä de legnu dûu)
E non ho più nessuna foto, se non quelle immagini che ho dentro come
fossero un rumore o un odore. Il sasso che tiro nell'acqua, il pomodoro che bolle nel pentolone, il primo morto in purtrefazione, il sangue, lo sparo che uccise Rodolfo Boschi, l'odore del primo sesso femminile che
ho visto, il rumore della prima porta che ho sbattuto in faccia a qualcuno o che qualcuno mi ha sbattuto in faccia. E' tutto cosi'; eppure la canzone dura pochissimo. E' una breve
interazione di una voce e di due accordi. C'era tutto, e forse non lo sapevo. Ma arrivano le cinque del mattino, è ora d'andare.
E 'nte 'na berretta nèigra A teu foto da fantinn-a
Pe puèi baxâ ancún Zena 'Nscià teu bucca in naftalinn-a.
*Riccardo Venturi* *Er muoz gelîchesame die leiter abewerfen *So er an îr ûfgestigen ist (Vogelweide) *_____________________________________
*Via Garibaldi 41, 57122 Livorno *05 86 88 58 75 / 34 02 46 18 74 *venturi@couriermail.de / venturi@concordanze.net *http://utenti.tripod.it/Guctrad/alamanno.html *http://utenti.tripod.it/Balladven/index.html
From : Riccardo Venturi <venturi@spl.at> To : fabrizio@yahoogroups.com Subject : [fabrizio] Sinàn Capudàn pascià
Date : Mon, 15 Oct 2001 11:27:13 -0700 (PDT) ...e questa l'è a memöia, a memöia do Çigä, ma 'nsci libbri de stöia Sinàn Capudàn Pascià...
(Fabrizio de André, "Sinàn Capudàn Pascià") ___________________________________________________
Scipione Cicala era nato a Genova da una nobile ed antica famiglia viscomitale, nel 1552. La notizia pare
assolutamente certa, malgrado alcuni lo abbiano voluto originario della Calabria o della Sicilia. Vedremo comunque in seguito che la Calabria lo vide comunque protagonista di una delle sue imprese.
All'eta' di
19 anni, nel 1561, il giovane Cicala s'imbarco' assieme al padre, diretto in Spagna; ma, nei pressi di Messina, la loro nave venne abbordata da dei pirati barbareschi ed il giovane venne fatto prigioniero condotto a
Costantinopoli. Ai giovani rapiti veniva usualmente posta l'alternativa di abiurare la propria religione ed entrare nel corpo dei Giannizzeri (turco < yeni ceri > "nuovo soldato"), oppure d'essere
messi a morte. Scipione Cicala non ebbe naturalmente dubbi; abiuro' il cristianesimo, abbraccio' l'Islam ed entro' nel famoso corpo militare ottomano.
Scipione Cicala, sembra, era un giovane di rara
bellezza. La cosa, oltre ad interessare le fanciulle turche, piacque soprattutto al sultano Suleyman (ovvero Solimano II), che aveva certe "tendenze". Non si sa esattamente che cosa avvenne, ma da quel momento la
fortuna del Cicala ha un'impennata verso l'alto: giunge ai piu' alti gradi del corpo dei Giannizzeri, e' rispettato e temuto a corte ed ottiene il titolo di Pascia'.
Nel frattempo, abbracciando la
nuova religione, Scipione Cicala ha cambiato nome. Si chiama prima Hassan Çigala-zade (pronunciato alla turca, con l'accento in fondo: çigalà), aggiungendo pero' al nuovo nome, in ricordo della sua citta' natia, la
denominazione di "Sinan" (= genovese, da "Sina" la denominazione ottomana di Genova derivata direttamente da "Zena"). All'apice della sua fortuna, a Sinan Hassan Çigala-zade Pascià viene
addirittura permesso di aggiungere al suo gia' complicatissimo nome la denominazione di "Kapudan", alla lettera "facente parte della Sublime Porta" (Kapu).
Il Cicala (continueremo a chiamarlo
cosi' per comodita') rivela doti militari non comuni; dal corpo dei Giannizzeri viene posto a capo di una flotta corsara che, nel 1594-95, compie numerose e violente incursioni nell'Italia meridionale,
particolarmente in Calabria; Soverato, Cirò Marina e la stessa Reggio vengono messe a ferro e fuoco, e ancora adesso e' nota questa strofa popolare:
Arrivaru li turchi, a la marina
Cu Scipioni Cicala e novanta galeri. Na matina di maggiu, Ciro' vozzi coraggiu Mentre poi a settembri, tocco' a Riggiu. Genti fujiti, jiti a la muntagna, Accussì di li turchi nessuno vi pigghia!
Arrivarono i turchi alla marina, Con Scipione Cicala e 90 galee. Una mattina di maggio Ciro' ebbe coraggio, Mentre poi a settembre toccò a Reggio. Gente correte, fuggite alla montagna,
Cosi' dei turchi nessuno vi piglia!
Nel 1596 il Cicala torna al servizio di fanteria e conduce i suoi Giannizzeri alla vittoria contro gli Austriaci nella battaglia di Mezõ-Kerésztes, in Ungheria; lo stesso successo
gli arride nell'assedio della citta' di Erlau.
Nel 1602 il Cicala e' di nuovo a capo di una flotta corsara, e la sua mèta e' di nuovo la Calabria. La citta' di Reggio e' in preda alle
ostilita' intestine tra i Melissari e i Monsolini, con morti e feriti; il capitano turco-genovese intende approfittarne per impadronirsene. Al momento dell'incursione, pero', la flotta turca viene fatta oggetto
di un fitto ed inaspettato cannoneggiamento, e il Cicala viene costretto a recedere nella rada di Motta, dove sbarca ed attende tempi migliori per marciare su Reggio. Ad un certo punto, tenta la conquista attraverso uno
stratagemma: prende uno dei suoi soldati, un sardo nano anch'esso a suo tempo catturato in una scorreria, e lo traveste da soldato spagnolo. Il sardo viene, per la sua minuscola statura, introdotto nei cunicoli che
conducono alla rocca, per aprirne le porte; ma vi rimane incastrato.
Visto l'insuccesso dello stratagemma, il Cicala tenta l'azione di forza con 3000 uomini che vengono fronteggiati da 1000 reggini, tra cui 400
uomini condotti da Gerolamo Musitano, che lo sconfiggono a Sant'Agata.
Tornato sconfitto a Costantinopoli, Scipione Cicala, o Hassan Sinan Çigala-zade Kapudan Pascià, cade in disgrazia. C'e' chi lo vuole
morto pochi mesi dopo, chi nel 1605 in una battaglia in Podolia. Non aveva mai piu' rivisto Genova.
E chissa' che non sventolasse per lui quel fazzoletto di cui si parla in "D'a mæ riva", in quel
lontano giorno del 1561. _______________________________________________________
(R.Vent.)
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