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autore : RICCARDO VENTURI
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"E così, anche questi mesi di tedio chemioterapico, durante il quale uomini
col camice slavato giocavano al dottore con me, volgono al termine. Ti parrà strano ma, a guardarmi indietro, mi vedo di spalle che ridevo. Sono qui che
me ne sto andando, o forse me ne sono già andato, ho una famiglia che mi stringe le mani e molte più persone di quanto pensassi a cantarmi il Laudate
Hominem. Anche per questo dico che i miei anni li ho ben spesi, credimi, ai blocchi di partenza una vita così l'avrei firmata ad occhi chiusi. Potresti
dirmi che di sigarette ne avrei dovute trasudare meno ma, sai com'è, ci vorrebbe poco a risponderti che senza nicotina, senza notti insonni e senza quel pizzico di cirrosi da viticultore troppo dedito alla sperimentazione
del proprio prodotto, forse non avrei scritto niente, è evidente, il solito cane che si morde la coda. Che poi, e questo già lo sai, vivere la contemporaneità degli artisti che si amano, intendo il vederli in diretta,
se dà la fortuna di poterli respirare di persona, ha pur sempre il difetto non trascurabile del soffrirne epidermicamente la scomparsa, come capita a
te e non solo a te. Voglio dire, Brel è morto a 49 anni, Brassens a 60 (giusto uno più di me) ed il tuo Catullo non aveva più di 30 estati sul groppone (dite così in Toscana?). Eppure, oggi, siamo qui a ricordarli per
la grandezza, non per la sfiga, uno legge le loro opere e mica si rammarica del fatto che se ne sono andati troppo presto, sempre ammesso poi - se mi consenti la divagazione esistenziale - che ci sia un presto ed un tardi
accettabili in fatto di dipartite. E di morti. La storia scorteccia i ricordi, i dati, per approdare alla illusoria oggettività che tende a conservare solo i fatti certi, vita morte opere ed eventuali miracoli. E'
probabile che qualcosa ai posteri l'abbia lasciato, anche se ci rimarrei male a scoprire che uno studente del 2.300 ha preso 4 ad italiano per aver risposto che sono nato nel 1943 e non nel 1940 (ma che cazzo di differenza
fa?). Insomma, non posso dirti che mi diverto ad andarmene, e nemmeno che l' idea di incontrarmi con quel Dio così bislacco non mi intimorisca, ma ti
garantisco che dentro mi sento quasi sereno. Tu dici che con me se ne va un amico ed un'epoca, io ti rispondo che un amico non se ne va mai e le epoche,
più che le persone, le fanno i sincretismi di eventi storici ed utopie terrestri. Neanch'io avrei cantato di impiccati, derelitti e Vangeli Apocrifi se non ci fosse stato al tempo - il mio tempo - un'aria diversa,
non dico pulita e salubre, ma sicuramente diversa. Magica e retorica, ecco, magica e retorica può andare, perché allora sognavamo, d'accordo, ma spesso
sognavamo male. Avevo altri progetti, questo sì, ma insomma, lascio una bella famiglia ed una traccia, diciamo così, letteraria, traccia che a te pare indelebile (ma davvero credi che sia stato uno dei più grandi Poeti del
secolo?) ed a me sembra, a prescindere dai meriti artistici, una storia che andava vissuta. Concordo, l'inizio di Amico fragile, Evaporato in una nuvola
rossa in una delle molte feritoie della notte, adesso si fa pregnante, meglio delle nuvole di Aristofane e dei papaveri rossi di Piero (scommetto che Mollica li userà per il mio coccodrillo pomeridiano). E' notte ed io non
sono ancora pronto per morire, ma se stiamo ad aspettare quella chimera lì facciamo millennio. Diciamo che sono quasi pronto, di più non si può. La mia
feritoia è pronta ad inghiottirmi, ed io devo ancora prepararmi le domande (sai che figura di merda, mettersi a balbettare dopo averla menata per decenni con quella storia del Testamento di Tito!). Te lo ricordi quel
passaggio di Recitativo, ma sì, il brano finale di Tutti morimmo a stento, con quegli arrangiamenti barocchi che piacevano solo a te? Ecco, credo che
il mio grano sia maturo per la falce. Che domani Preghiera in Gennaio la ded icheranno a me, e che tra breve raggiungerò gli amici di Spoon River, per dormire con loro sulla collina."
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autore : RICCARDO VENTURI
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Genti diverse, da tutti gli angoli della Terra, e mai uno straccetto
di dio che fosse qui accanto a me. E pensare che ci credevo pure, che mi avevano insegnato a crederci con vuoti atti, con storielle edificanti, con recite, con la preghierina della sera. E com'è
possibile credere, dovrei farlo nel salire l'ennesimo Calvario d'una vita? Ne ho saliti tanti, non sarà che l'ultimo. Non avrò altro dio all'infuori di te, e avrei fatto a meno anche di questo.
E se ho nominato il tuo nome, è stato, quasi sempre, un intercalare. Spesso neanche malevolo, indifferente sempre. Indifferenze ai tuoi paradisi, ai tuoi inferni; mi son sempre bastati i miei qui nel mondo.
Non posso dirti neanche "non mi buttare per questo la croce addosso"; me l'hanno buttata eccome.
Ma mio padre, io lo onoro anche senza i tuoi comandamenti, senza la
tua legge. Lo onoro per quel che è stato, per nulla di più e per nulla di meno; onoro il suo tacere e il suo parlare, onoro i suoi sbagli che sono stati anche i miei. Lo sbaglio di credere in troppe cose che si
sono accavallate l'una con l'altra, per poi sortir fuori in una melma che è più pesante di questa croce che mi porto addosso. Non onorerò né un bastone, né bacerò una mano. Mio padre non ha mai camminato col
bastone e non l'ho mai baciato. Quando gli si è fermato quel cuore malandato che aveva, madre, ho imparato il dolore.
E le feste mi danno noia, come quelle appena finite, con i soliti
lustrini, le solite fandonie; i visi dei cavalieri e dei pontefici, le solitudini del mondo trasformate in tragiche gag. Ascolta, se hai orecchi; non le avrei santificate le tue feste neanche se avessi
creduto in te. Non sarei stato "solidale", e non sarei stato neanche buono. Ma quante volte hanno scambiato la bontà con l'arrendersi alla menzogna, quante volte; e neanche i bambini dovrebbero essere buoni,
dovrebbero essere quelle simpatiche carogne che è giusto che siano. Nella calza dell'ultima Befana ho trovato del carbone che sapeva di rabbia, dei dolci che sapevano di sudore.
E sarei un ladrone. S'immagina un ladro enorme, con delle mani come badili, la barba lunga, le spalle da scaricatore; ma è solo l'accusativo latino di latro, latronis. Latronem. Ladro deriva dal
nominativo. Eccola qua, facitore di comandamenti; sul Golgota con la croce, accanto a 'sto poverocristo e a quell'altro che imparerà l'amore, un ultimo pensiero all'origine delle parole. Perché io ho
rubato parole, ho rubato versi, ho rubato pensieri. Ma ho cercato di restituirli sempre, e se non l'hanno capito vadano al diavolo. Tanto non esiste neanche lui.
Come si chiamava quel tizio che spargeva il seme per terra, ovvero si tirava delle belle seghe? Onan? Onan il Barbaro? E così è nato l'onanismo, e sempre 'sto seme di mezzo. Grazie a te e ai tuoi
colleghi, un umanissimo atto d'amore e di piacere s'è trasformato nel metro della purezza e dell'impurità. Mi domando, se è vero che ci hai creato, perché tu l'abbia fatto. Potevi tenerti gli elefanti, le rane,
gli ippopotami, i criceti. Ah già, dimenticavo; saremmo a tua immagine e somiglianza. Dobbiamo riprodurti, insomma. Perpetuarti. Ci entri nelle camere da letto, sui sedili della macchina, in una tenda,
ovunque; tanto c'è il libero arbitrio. E che credevi, che non ne approfittassimo?
E non si dovrebbe ammazzare; e ora che mi stanno facendo, eh? Mi stanno portando a fare una gita in collina assieme a questi due
compagni di viaggio, uno dei quali si dice tuo "figlio"? Je n'ai jamais tué, jamais violé non plus, y a déjà quelque temps que je ne vole plus...oh scusa, mi canticchio anche Brassens, una canzone che si
chiama "Il Miscredente"...e insomma, caro il mio fai-e-disfai, che dici di non ammazzare e poi fai ammazzare milioni di persone nel tuo nome...bella prova, complimenti! Sai, fra un paio di millenni verrà
fuori uno che te le canterà 'ste cose, che canterà questa storia. Si stamperà nella mente di molti.
E poi basta, a che serve continuare? Non mi ricordo se abbia mai
testimoniato o giurato il falso, ho amato tre donne di cui una mi ha tradito metodicamente, facendo finta sempre di pentirsene; ma era la sua vita e la sua libertà. Non le avevo mai chiesto di pentirsi, però;
ogni tanto aveva una specie di crisi mistiche. E quella che ho adesso, non mi è mai passata neanche per l'anticamera del cervello di tradirla; e non mi sarebbe neanche passato in futuro, se qualche
sinedrio d'ogni epoca m'avesse permesso di vivere la mia vita qualsiasi. La roba degli altri l'ho desiderata eccome, altrimenti non avrei fatto il ladro, Anzi, il ladrone. Un ladrone innamorato.
Ma adesso che viene la sera ed il buio, sento un gran male in tutto il corpo. Ma non venitemi a raccontare storie, in questo momento. Ma quale dolore dagli occhi verrebbe tolto con dei chiodi conficcati
nelle mani e nei piedi, con le ossa che si spezzano poco a poco soffocadoti? Madre, quale amore dovrei imparare vedendo me e questi due disgraziati qui accanto che provano le stesse cose? Ma non stare
lì a piangere, prendi una spada, falli fuori tutti quanti 'sti pezzi di merda! Vai a chiamare un po' di gente e tiraci giù prima che sia troppo tardi! Io voglio vivere, lo capisci?
Non voglio diventare un pezzetto d'un vangelo apocrifo, e neanche d'una canzone di Fabrizio de André.
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autore : RICCARDO VENTURI
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In questa giornata grigiastra, sotto questo cielo attraversato da stracci di nubi polverose Adriano Sofri ha pronta la valigia e sta salutando gli amici. Adriano Sofri, innocente, tornerà in galera. In questa stessa
giornata grigiastra, sotto questo cielo polveroso, venti boss della camorra condannati all'ergastolo hanno pronte le valigie e stanno salutando i compagni di cella. I boss della camorra, pluriomicidi, torneranno a casa.
ma in sostanza il cambiamento sarà formalmente minimo: Adriano Sofri continuerà a scrivere i suoi commenti, a leggere i suoi libri, a credere nelle sue utopie. da una cella senza televisione del carcere di Pisa
anziché nella sua casa senza televisione appartata in mezzo alle colline. contemporaneamente i boss della camorra continueranno a controllare il traffico di armi, a dirigere il mercato della droga, a combattere per
affermare il potere delle loro famiglie. dalle loro ville con piscina in mezzo alle colline campane anziché nelle loro celle con televisione e doppi servizi. è necessario che tutto cambi perché tutto rimanga com'è, diceva
con il suo sorriso gattopardesco il principe di Salina, che per tutti noi ha il volto più yankee che sassone e i favoriti grigiobiancastri di Burt Lancaster...
In questa giornata grigiastra un Fabrizio de André datato e contemporaneamente attuale, canta dal mio stereo: non mi aspettavo un vostro errore, uomini e donne di tribunale, se fossi stato al vostro posto,
ma al vostro posto non ci so stare. In questa stessa giornata Silvia Baraldini, innocente, ha da guardare il cielo italiano anziché quello della florida e le paludi pontine bonificate dal duce anziché quelle dove un
tempo ormai lontano dominava il Seminole da immaginare dietro le sbarre. ancora in questo giorno si osanna e si piange il martire di Hamamet, latitante, ladro, morto in odore di santità. ma la storia, sarà vero che la
storia non si ferma nemmeno davanti a un portone? neppure davanti al portone sorvegliato di un carcere? la storia dà torto e dà ragione oppure come sostiene un altro genovese la storia non giustifica e non deplora, non
è intrinseca perché è fuori...? Il maresciallo di Spoon River apparve in sogno a uno dei dodici giurati per raccontare la sua storia segreta dopo quattordici anni, perché quattordici
anni erano abbastanza per averlo ucciso. il commissario Calabresi dopo ventidue anni sarà apparso in sogno ai giudici di Mestre? Un giudice ha comunque di nuovo sbattuto il mostro, i mostri, in prima pagina, l'omicidio
Calabresi, dopo ventidue anni, è stato restituito al suo legittimo presunto colpevole. L'omicidio Pinelli, dopo una settimana, è stato serenamente archiviato come incidente. gli anarchici credono nell'utopia, forse credono
anche di esser capaci di volare da una finestra al quarto piano e cadere illesi. Intanto Marino è libero. Marino si è dichiarato colpevole. Sofri è in galera. Sofri si dichiara innocente. Tutto torna, in fondo.
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autore : RICCARDO VENTURI
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Quando Faber scrisse "Amico Fragile" cominciò una specie di calvario
per un mio zio acquisito, che abita all'Isola d'Elba in un posto che si chiama L'Acquaviva.
Credo sia del nove o del dieci, non mi ricordo bene; nell'undici, a
Portoferraio, morì Pietro Gori. Mi scuso per questo e per altri nomi dimenticati; ma anche Pietro Gori ogni tanto scriveva canzoni. Anarchiche, per la precisione. A molti figli d'anarchici venivano dati
nomi curiosi, come Solidea o Cafiero; a questo mio zio ne toccò uno tutto sommato abbastanza comune, Libero.
Quelle volte che lo vedevo gli canticchiavo, Potevo chiedervi come si
chiama vostro zio, il mio è un po' di tempo che si chiama Libero. Per un po' stette zitto, poi una volta, mi ricordo, mi mandò affanculo a me e al cane. Ora è fermo a letto da non so quant'anni, non parla, è
smangiato dai decubiti. Come la morte sa prendersi dei begli anticipi già in vita.
E mi capita di vedere, su qualche strada non importa se solitaria o affollata, un cane senza età con le orecchie sempre attente,
dall'andatura che non sapresti dire. Sembra che qualcuno, un giorno, gli abbia dato la via da uno sgabuzzino dove aveva fatto in tempo a sentire una musica.
Da allora, mi piace pensare, sta percorrendo un po' tutte le strade del mondo ed incontra tutti noi. È lui che nel '93 mi fece le feste in un terribile pomeriggio d'una domenica di giugno; è lui che, nei
vostri anni e nelle vostre vite, ogni tanto compare e vi passa per la testa tutta la Storia della libertà unita alle costole secche, alla lingua di fuori, alle ferite sempre aperte, agli insetti che ronzano
in un'afa grave.
È il cane Libero, il cane dell'Amico Fragile. Di quell'amico parassita che vive dentro di noi e con noi agisce in simbiosi. Sa parlare tutte
le lingue, conosce tutti i gesti; e la notte s'addormenta con te dopo averti mostrato in che modo si può essere fragili senza ostentare bandiere, senza accampare scuse e senza insegnare dogmi. Vivendo anzi,
e capendo; lanciando impulsi.
E il cane Libero non ha aspetto; a volte ha i peli arruffati, e le orecchie al vento; a volte è ben pettinato; a volte fa le feste ed
altre ringhia. Bisognerebbe saper capire gli sguardi per accorgersi che è lui; ma non sempre accade. C'è chi lo ha visto accucciato sull'indifferenza d'un porto d'ottobre, chi strisciare lungo i muri
d'una piazza di gennaio.
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autore : RICCARDO VENTURI
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Anche loro morirono a stento, ingoiando l'ultima voce.
Non poterono, pero', tirare calci al vento; i piedi glieli avevano inchiodati. Ci furono, puo' darsi, delle urla che travolsero il sole; quel sole che scivolava al di la' dalle dune, a violentare altre notti.
Quelli ai lati tirarono le loro bestemmie; ma l'aramaico e' una lingua povera di parole, e si somigliano tutte. Molti scambiarono l' "eli lamà sabakhtani" di quello nel mezzo per un'altra bestemmia, per un
"ben zonà"; almeno per un'imprecazione. Non e', poi, certo che non abbia detto proprio cosi'. Cristalli di parole. Sotto, una folla di curiosi. Tre madri e dodici tizi ben nascosti,
annegati nei mantelli, soffocando la minima lacrima. Gliela fecero sudare, quell'ultima luce. Quell'ultima luce che sarebbe sfumata dopo un'agonia di ore, appesi a quei maledetti pezzi di legno. Il potere che non si
contenta di far morire; il potere che ti fa faticare pure la tua schifosa morte. Come adesso, del resto. Come l'operaio e la pressa che lo schiaccia. Il cavatore e il blocco di
pietra. Il muratore e la sua impalcatura montata a tempo di record. Sudore e morte. Stranieri tra grida di odio. Due ladri e un ciarlatano. Non sappiamo se ricordarono qualcosa a chi vive ancora; ad uno dei due ladri,
qualcuno appioppo' pero' un testamento o qualcosa del genere. L'altro ladro tacque; il ciarlatano aveva invece quattro amici che scrissero su di lui dei racconti di gran successo. Tradotti poi in tutte
le lingue del mondo. Ma non divaghiamo, perche' erano li' a morire. Per il male fatto in un ora o in una vita. Per nessun male. Non importa quasi mai, a chi mette a morte, del male o del bene; il male e il bene li decide
lui. Prima cambiarono il giudice; poi la legge. Accaddero delle cose, durante la lunga agonia di quei tre uomini. Cose curiose e cose usuali. Qualcuno porge da bere una spugna intrisa d'acqua e aceto, quella bevanda militare
che i romani chiamavano "posca", a quegli uomini; e' in corso la loro disidratazione totale. Un soldato spezza loro le gambe per far mancare l'appoggio; i crocifissi muoiono per un terrificante e lentissimo
soffocamento dovuto al peso del corpo che scivola giu', morto, inerte. E' un'impiccagione senza corda. La condanna piu' vergognosa, riservata usualmente agli schiavi.
Le tre madri avevano appena disputato sulla quantita' di lacrime da versare; quelle dei due ladri rimproveravano alla madre del ciarlatano di piangerne troppe, poiche' si diceva che egli sarebbe resuscitato dopo soli tre
giorni. Intanto quei tre uomini continuavano a morire, tra le grida di scherno degli spettatori. Forse non avevano dei cartelli con scritto "muori", e sulle tuniche non era uso scrivervi alcunché, come invece si fa
fuori delle carceri del Texas dell'ex governatore Bush. Tre stranieri, che magari avranno sperato tutto questo per essere meno soli. Essere persino accolti con grida di odio; odio e scherno. Tra l'odio e lo scherno, nessuno
muove un dito. Nessuno va a tirarli giu'. Troppe cose, troppe cose sono state dette. Sarebbero stati meno uomini, se avessero recitato l'antico credo di chi muore senza perdono? Meno uomini, se avessero augurato d'imparare a
conoscere la croce e i chiodi a chi li stava guardando finire? Meno uomini, se avessero visto una donna nascondere il viso in un dolore vinto dalla paura? Morirono a stento, quei tre. Come migliaia. Come migliaia di migliaia.
Perche'? Scivolarano nel gelo, come pure quei tanti che furono legati ad un palo ed incendiati nel nome di quel tizio che stava nel mezzo. Se lo avesse saputo, si sarebbe dimesso da figlio di Dio? Tre uomini morti.
Li tirarono giu'. Per il ladri c'e' la fossa comune. Per il ciarlatano, un sepolcro messo gentilmente a disposizione. Tre giorni dopo lo dissero vuoto; per gli altri non accadde. Non vi fu
confusione di ruoli: i ladri restarono ladri, mentre al ciarlatano fu approntata una resurrezione ad hoc. Rimase nell'aria un odore di sangue rappreso. Rimase dell'odio, del
rancore; tutto si mischio' a vari altri sentimenti, come sempre succede. Non e' escluso, certo, che fra di questi non vi fosse pure dell'amore; e l'amore acceca e da' le visioni. Quante volte incontriamo per la strada chi
c'e' stato strappato. Quante volte lo sentiamo accanto a noi. Risorsero cosi' anche quei due ladri. Risorgiamo cosi' tutti quanti, negli occhi oltre il mondo di chi ci ha voluto bene.
Ma non venitemi a parlare di "buone novelle". Le novelle sono pessime. Si muore ancora cosi'. Piu' di prima.
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inviato sul ng il 27/11/2001 autore: FRANCO SENIA
titolo originale: LA BALLATA DI MARI'
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Quando hanno suonato alla porta..... ho aperto è ho visto un secondino. Mi ha guardato senza parlare, ha
teso il braccio verso di me. Reggeva una busta nella mano. Io l'ho presa. Lui ha accennato un piccolo inchino, si è girato sui tacchi e se n'è andato via. Sono rimasta un attimo, la porta spalancata, con la
busta in mano, fra le dita. L'ho guardato mentre finiva di scendere le scale, il secondino. Poi è uscito in strada, chiudendosi il portone alla spalle. Solo allora ho guardato la busta, rigirandomela in mano.
Mi sono seduta al tavolo della cucina e l'ho aperta, quella busta. Ho cominciato a leggere.
>"era già tardi perché con una corda sul collo freddo pendeva Michè"
Com'è fatta una lacrima asciutta? Me lo sto chiedendo in questo momento! Non riesco a piangere per lui. Non ci riesco. Cazzo! Mi ha fatto già piangere tutte le lacrime che avevo. Ed ora è tardi. E' tardi per
tutto. Anche per perdonare.
>"s'è impiccato ad un chiodo perché non voleva restare vent'anni in prigione lontano da te"
Non credo che mi sarebbero bastati vent'anni. Saperlo lontano, SOLO
vent'anni , da me. Questo non impediva che mi svegliassi, con la paura di vederlo tornare. Magari di notte, magari di soppiatto. Mi avrebbe rimesso sulla strada. A battere. Dicendo che gli altri
uomini non contavano, non potevano sporcarmi, in fondo. Io ero solo sua. E solo lui poteva amarmi. Nessun altro!
>"nel buio Michè se n'è andato sapendo che a te non poteva mai dire che aveva ammazzato
> soltanto per te"
E poi, un bel giorno (o dovrei dire un brutto giorno), arrivò lui. Lui. Voleva solo portarmi via. Ed io volevo solo essere portata via.
Un illuso! Mi disse che era solo un illuso. E gli brillava una strana luce negli occhi, mentre lo diceva. "Quello è solo un idiota che non ha capito niente di te!" - continuava a ripetere, a ripetermi, a
ripetersi. Forse avrei fatto meglio a credergli. Sarebbe stato meglio per tutti. Forse....
>"io so che Michè ha voluto morire perché ti restasse il ricordo del bene profondo > che aveva per te"
Il bene! Già! Strane cose si fanno in nome del bene. Ti prendono e ti svuotano dentro, fino a non lasciarti più niente. Lo fanno in nome del bene. Del tuo bene e del loro bene per te. Non ti rimane niente alla
fine. Niente! Nemmeno la speranza. Solo quel loro bene. E non riesci nemmeno più a vomitare.
>"vent'anni gli avevano dato la corte decise cosìperché un giorno aveva ammazzato
> chi voleva rubargli Marì"
Vent'anni! Vent'anni per aver difeso la sua proprietà. Era così che si spiegava la sua condanna. E non pensava, non ha mai pensato, alla mia,
di condanne: vederlo mentre faceva a pezzi la mia unica speranza, con venti coltellate. Guardare quegli occhi morenti che mi chiedevano "perchè, perchè mi hai fatto questo?". Non ha mai pensato alle mie
notti a venire.
>"se pure Michè non ti ha scritto spiegando perché se n'è andato dal mondo tu sai che l'ha fatto > soltanto per te"
E cosa avrebbe dovuto scrivermi? Era questa l'unica lettera che
aspettavo. Questa!
>"domani Michè nella terra bagnata sarà e qualcuno una croce col nome la data su lui pianterà"
E adesso che marcisca pure all'inferno!
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Inviato sul ng il 29/11/2001 autore: RICCARDO VENTURI
titolo originale: L'EVASIONE DEL MICHE'
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Quando hanno aperto la cella...era gia' tardi. Perche' alla parete, impiccato ad un chiodo, pendeva una specie di fantoccio fatto con un po' di paglia, degli stracci e il polistirolo delle cassette in cui venivano
portati i pasti. Lo stesso fantoccio che, la sera prima, Miche' aveva infilato nel letto per far credere al primo secondino, Baffi di Sego, che dormisse. Appoggiato alla parete, quella col chiodo, aveva imitato il
respiro tranquillo di un dormiente mentre la guardia controllava dallo spioncino della porta di ferro; poi se n'era andata, e lui aveva semplicemente rimosso quelle sbarre pazientemente segate per quattro mesi
con un manico di cucchiaio.
Tutte le volte che un gallo sento cantar, pensero' a quella notte in prigione quando Miche' li prese tutti per il culo. La mattina, il secondo secondino entro' nella cella per portare la
colazione e caccio' un urlo; urlo che si trasformo' in bestemmie quando si accorse che, con una corda sul collo, freddo pendeva un pupazzo di paglia e polistirolo e che le sbarre non c'erano piu'.
Erano scattate immediatamente le ricerche. Nessuna traccia.
E pensare che era tutto gia' pronto; il prete gia' pronto a rifiutare la messa, la fossa comune, la croce col nome e la data e persino un
cantautore semisconosciuto gia' all'opera con una ballata, falsando un po' la realta' storica e finanche il nome. Perche' Miche', non tutti lo sanno, si chiamava in realta' Mike ed era in galera per avere
sforacchiato con un fucile automatico un tizio che si era avvicinato un po' troppo non tanto alla sua donna e complice, Mary (chissa' perche', poi, e' diventata Mari', con quel buffo accento finale). Si era
avvicinato un po' troppo a quella vecchia chiesa sconsacrata dove il Mike aveva nascosto quattrocentotrentottomila dollari, frutto di una rapina a mano armata alla First National Bank di Des Moines.
E menomale che, in quello stato, allora non era in vigore la pena di morte; ma altro che vent'anni, gli avevano dato. A marcire in prigione ci sarebbe dovuto restare per tutta la vita.
E nel buio Miche' se n'e' andato...calandosi con una corda di lenzuola dalla finestra della cella. Un salto nel cortile, agile come un gatto e pronto a sfruttare ogni nicchia per nascondersi ai fasci di luce delle
fotoelettriche. Un vecchio, dimenticato cunicolo di scolo visto per caso durante un'ora di liberta' cui non aveva rinunciato; il cucchiaio rubato in cucina, pazientemente affilato sfregandolo al pavimento. E
quell'ultima lettera a Mari'...non era un addio. Era un appuntamento!
Lei lo aspettava in un campo, all'alba; con una vecchia Panhard rubata ad un commesso viaggiatore. Come sarebbe stato possibile passare tutta la
vita senza di lei? Avevano voglia di baciarsi, di stringersi, di fare l'amore fino a sfinirsi; ma dovevano scappare. Scappare via. Un amico li aspettava con una barca...
...e c'e' chi li vide qualche tempo dopo, in Bolivia, dentro ad una banca. Una ben strana rapina. Il Miche' non sapeva una parola di spagnolo, cazzo. Lei e l'amico, Butch, tenevano le pistole spianate sul
personale della banca e sui clienti, mentre lui, incerto, balbettava "Eso...eso...eso es un robo!"
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