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From: cleopatra <cleo.patra@tiscalinet.it> Reply-To: fabrizio@yahoogroups.com Subject: [fabrizio] Ballata degli Impiccati
Date: Mon, 06 May 2002 21:21:35 +0200 é una delle poche canzoni rabbiose di Faber, questa. Forse l'unica. Di solito Faber è spietato ma con distacco, mai con rancore. I suoi personaggi, morti - perché
son quasi sempre morti, o fermi, o comunque lontani dalla realtà - sono in genere rassegnati, e ci raccontano la loro vita, le loro piccole passioni, e con una feroce ironia anche il momento della loro morte. Gli
impiccati, anonimi, muoiono nel momento in cui cantano, e cantando non riescono a perdonare, ma soltanto a lanciare invettive, contro il mondo intero.
è una canzone che ho sempre ascoltato con disagio - e cantato sottovoce. Possibilmente leggevo le parole, ma non avevo il coraggio di pronunciarle. Stasera l'ho cantata. E ho pensato che ognuno di noi in qualche
momento nella sua vita ha bisogno di dire parole come queste. Non perché si senta pendere da un ramo. Ma perché ognuno degli impiccati che dondola ha più vita di tante persone vive, e cerca di rimanerci attaccato con
l'ultimo fiato, con l'ultimo respiro. A volte l'unica cosa che ci spinge ad andare avanti è la rabbia, il rancore sospeso, che non ha l'odore del sangue rappreso ma magari di un dolore lontano, che non si è
mai cicatrizzato. Nessuno di noi ha paura delle proprie ferite, di quelle più profonde, che non mostra, e che lo spingono ad andare avanti, a scalciare, a combattere, a riprendere fiato.
ciao Franco, Lilia
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Tutti morimmo a stento - Note inseritre nel disco - Nel primo dopoguerra sorse a Genova, nel quartiere della Foce, una singolare istituzione. Alcuni ragazzi
del rione decisero di creare un'opera assistenziale a favore dei gatti randagi. Li raccoglievano per le strade e li ricoveravano, volenti o nolenti fra le macerie di una casa bombardata. Mettendo a saccheggio le dispense
materne: rifornivano i foro ospiti di ogni-ben di Dio, e ben presto, fra le macerie dell'improvvisato asilo, sorse la più florida comunità di gatti che mai sia esistita.
Capo dell'istituzione era Fabrizio, che
a quell'epoca ottenne presso i gatti genovesi la stessa incondizionata ammirazione che oggi gli viene tributata dai « patiti » delle sue canzoni.
L'accostamento è legittimo, anche perché enucleando un
aspetto della personalità di Fabrizio uomo, chiarisce molte cose sul Fabrizio poeta. 1 gatti randagi di ieri cantano ancora nelle sue canzoni, popolate di creature sconfitte, lasciate ai margini della società ed alle quali
egli vuoi riconoscere, anche polemicamente, come agli animali affamati della sua-infanzia, quella dignità umana negata loro dalla gente per bene.
E' affollato, il suo mondo_poetico, di gatti che hanno fame (di
pane, di pietà , di amore): da « Miché » a « Bocca di rosa », alla fauna notturna de « La città vecchia » o di
Via dei campo,», ai negri di « Spiritual » che continuano ad attendere che Dio si accorga di
loro, al suicida di « Preghiera in gennaio », ai protagonisti de « La ballata dell'eroe », « La guerra di Piero », < La ballata dell'amore, cieco ».
C'è bisogno di tanta pietà , per i gatti
randagi come per gli uomini, vuoi dirci Fabrizio. E per dircelo ha raccolto tutte le folgorazioni le, angosce, i tremori delle sue canzoni precedenti, per scrivere questa cantata che è anche - e soprattutto - una galleria di
personaggi, un vasto mosaico sulla solitudine e sull'infelicità dell'uomo. Ancora una volta Fabrizio ha dato la parola ai gatti randagi, perché la gente capisca e tragga le debite conseguenze. Ecco perché « Tutti
morirono a stento » è un messaggio di disperato amore, per tutti i diseredati cui una specie di morte morale impedisce di recuperare il perduto gusto della vita.
E proprio la morte (come negazione della vita, ossia
della dignità , della felicità , di tutto quanto gli antichi comprendevano nel termine « humanitas »), fornisce il fondale inquietante di questa cantata, un polittico che allinea tutto il triste campionario di un'umanitÃ
derelitta: tossicomani, impiccati, bimbi impazziti negli agghiaccianti « jeux interdits » di uria guerra apocalittica, adolescenti traviate, falsi babbi Natale che cercano nell'amore di fanciulle ancora pure il brivido
dimenticato della gioventù. Su tutti alleggia, nel dolente racconto dell'autore, la consapevolezza dei proprio peccato e dell'impossibilità a riscattarsene, l'avidità di luce e di quiete cui fa riscontro la
condanna all'ombra e al tormento.
Così nel canto dei drogato (chi / e perché mi ha messo ai mondo / dove vivo la mia morte / con un anticipo tremendo?) che nell'euforia illusoria dell'allucinogeno cerca
invano l'antidoto al proprio vuoto interiore: « Ho licenziato Dio / gettato via un amore / per- costruirmi il vuoto / nell'anima e nel ' cuore... » e poi: « Gli arcobaleni d'altri mondi / hanno colori che
non so / lungo i ruscelli d'altri mondi / nascono fiori che non ho », impossibile speranza in una felicità che stia « oltre il confine stabilito >, oltre la coscienza umana, oltre « i bordi dell'infinito ».
Così ancora nella amara « Leggenda di Natale », la storia dei vecchio riccone che abusa dell'innocenza di una fanciulla per allontanare da sé lo spettro incombente della vecchiaia: « E venne l'inverno che
uccide il colore e un babbo Natale che parlava d'amore / e d'oro e d'argento splendevano i doni ma gli occhi eran freddi, e non erano buoni... E mentre incantata io stavi a guardare/ dai piedi ai capelli li volle
baciare ».
Un mondo, insomma, che ripugna alla fredda e asettica morale di chi giudica prima di comprendere e di compatire (ed è la morale dei più) ma sul quale si china pietoso Fabrizio. E a differenza della morale
dei più, la sua morale è sempre giustificatrice, mai giustiziera. Per lui tutti hanno diritto a salvarsi, « perché non c'è l'inferno / nel mondo dei buon Dio ».
Ma come salvarsi, se ogni rivalsa sulia
naturale caducità delle cose e dei sentimenti finisce per rivelarsi impossibile? E' vero che alla solitudine può anche seguire l'amore, che all'inverno finisce per sostituirsi la primavera. (« Ma tu che vai, ma
tu rimani / anche la neve morirà domani / l'amore ancora ci passerà vicino / nella stagione dei biancospino »); ma altri inverni sopraggiungeranno, anche l'amore finirà : « Ma tu che stai, perché rimani? / Un altro
inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti ».
Insomma, è la mancanza di pietà che trasforma la nostra vita in un lungo cammino di morte. Il tema affiora nella ,
Ballata degli impiccati », ai quali non è stata concessa possibilità di redimersi, per i quali « il prezzo fu la vita / per il male fatto in un'ora »; o nel « Marcondiro'ndero >> una delle pagine più
intense e drammatiche dell'intera cantata. Vi si narra come la spietata (appunto) follia dell'uomo abbia scatenato la guerra atomica, e di come la terra ne si andata distrutta. Solo i bimbi sono rimasti vivi, a
continuare un assurdo girotondo che li trascina, gradualmente, alla pazzia. E su tutto aleggia un terribile monito, « chi ci salverà ? ».
Dunque, vuole dirci l'autore, non c'è speranza nell'uomo, se non
nell'amore che uccide l'odio, nella carità che uccide cupidigie, e rancori, e ingiustizia. Abbiano pietà coloro che stanno in alto, che hanno gloria, potenza e ricchezza. Abbiano pietà di chi conosce dolore e di chi
conosce l'errore, affinché per tutti - se lo vorranno - si apra la strada dei riscatto. I potenti, rammentìno che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare. E che la morte è rimorso,
per chi non ha saputo aprirsi, in vita, alla compassione. Per chi non ha saputo amare i gatti randagi.
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