Tutti morimmo...

 

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testi

1968 Tutti morimmo a stento (testi) ( Note inserite nel disco)
(Cantata in Si minore per coro e orchestra)
   1968 Bluebell records BBLP 32 (vinile numerato)
    1968 Produttori Associati PA 1006 - cassetta stereo 7
    1971 Produttori Associati PL/LPS 32 
    1971 Ricordi SMRL 6229
    1971 Ricordi RIK 76496 cassetta stereo 7
    1983 Ricordi Orizzonte ORL 8901 - copertina diversa (sfondo scuro)
    1983 Ricordi Orizzonte ORK 78901 cassetta stereo 7
    1987 Ricordi CDMRL 6229 CD
    1991 Ricordi Orizzonte CDOR 8901 CD
    1995 BMG - Ricordi CDMRL6496 CD
    2002 BMG - Ricordi 7432197562 CD 24bit remastering

1968 tutti morimmo lp bell a2
1968 vol2_lp_pa_a2

          PA/LPS 32
      retro identico
    (clicca x ingrandire)

BBLP 32 (cover by Lucio)
      retro identico
    (clicca x ingrandire)

1968Tutti_m2s
1968Tuttim1_2

ORL8901 e CDOR8901 Ricordi, versione Cd ed LP
(clicca x ingrandire)

 CDOR8901 Ricordi,
(clicca x ingrandire)

1968 vol2_lp_rc_b2
1968_tuttim_st7_2

TC1006 Prod. Ass. versione ST7
  (clicca x ingrandire)
  (grazie a Barbara)

ORL8901 e CDOR8901 Ricordi, versione LP
(clicca x ingrandire)

morimmoa2 morimmor2

     Versione ST8
  (clicca x ingrandire)
  (grazie a Tizian Di Betta)

CDMRL6496_tuttimorimmo4

CDMRL6496 Ricordi, CD
(clicca x ingrandire)

tuttimorimmo24_4

(7432197562 clicca x ingrandire)

NOTA: A volte questo disco viene considerato il "Volume 2" esistono però sotto questo nome, anche riedizioni di altri dischi di De Andrè del periodo Karim. Vedere su FDA 72-73

Scoperto negli Usa inedito di De André. Canta in inglese "Tutti morimmo a stento"
L'articolo: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/spettacoli_e_cultura/de-andre-inedito/de-andre-inedito/de-andre-inedito.html

  1. Cantico dei drogati (Testo di Fabrizio De André e Riccardo Mannerini - Musica di Fabrizio De André)...... 7'06"
  2. Primo intermezzo (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 1'57"
  3. Leggenda di Natale (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 3'14"
  4. Secondo intermezzo (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 1'56"
  5. Ballata degli impiccati (Testo di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio - Musica di Fabrizio De André)...... 4'22"
  6. Inverno (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 4'10"
  7. Girotondo (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 3'06"
  8. Terzo intermezzo (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 2'12"
  9. Recitativo e Corale (leggenda del re infelice) (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... 5'45"

Per la Leggenda di Natale: testo ispirato a Le Père Noël e la petite fille di Georges Brassens.

Orchestra Philarmonia di Roma e coro P. Carapellucci diretti da Giampiero Reverberi
Collaborazione alle musiche e orchestrazione di Giampiero Reverberi
Assistenza tecnico-artistica Gianfranco Reverberi
Tecnico di registrazione Giorgio Agazzi
Registrato negli studi RCA di via Tiburtina a Roma nell'agosto 1968

From: cleopatra <cleo.patra@tiscalinet.it> 
Reply-To: fabrizio@yahoogroups.com 
 
Subject: [fabrizio] Ballata degli Impiccati
 
Date: Mon, 06 May 2002 21:21:35 +0200 
 
é una delle poche canzoni rabbiose di Faber, questa. Forse l'unica. Di solito Faber è spietato ma con distacco, mai con rancore. I suoi personaggi, morti - perché son quasi sempre morti, o fermi, o comunque lontani dalla realtà - sono in genere rassegnati, e ci raccontano la loro vita, le loro piccole passioni, e con una feroce ironia anche il momento della loro morte.
Gli impiccati, anonimi, muoiono nel momento in cui cantano, e cantando non riescono a perdonare, ma soltanto a lanciare invettive, contro il mondo intero.
è una canzone che ho sempre ascoltato con disagio - e cantato sottovoce.
Possibilmente leggevo le parole, ma non avevo il coraggio di pronunciarle.
Stasera l'ho cantata. E ho pensato che ognuno di noi in qualche momento nella sua vita ha bisogno di dire parole come queste. Non perché si senta pendere da un ramo. Ma perché ognuno degli impiccati che dondola ha più vita di tante persone vive, e cerca di rimanerci attaccato con l'ultimo fiato, con l'ultimo respiro. A volte l'unica cosa che ci spinge ad andare avanti è la rabbia, il rancore sospeso, che non ha l'odore del sangue rappreso ma magari di un dolore lontano, che non si è mai cicatrizzato.
Nessuno di noi ha paura delle proprie ferite, di quelle più profonde, che non mostra, e che lo spingono ad andare avanti, a scalciare, a combattere, a riprendere fiato.

ciao Franco,
Lilia


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Tutti morimmo a stento - Note inseritre nel disco -
Nel primo dopoguerra sorse a Genova, nel quartiere della Foce, una singolare istituzione. Alcuni ragazzi del rione decisero di creare un'opera assistenziale a favore dei gatti randagi. Li raccoglievano per le strade e li ricoveravano, volenti o nolenti fra le macerie di una casa bombardata. Mettendo a saccheggio le dispense materne: rifornivano i foro ospiti di ogni-ben di Dio, e ben presto, fra le macerie dell'improvvisato asilo, sorse la più florida comunità di gatti che mai sia esistita.

Capo dell'istituzione era Fabrizio, che a quell'epoca ottenne presso i gatti genovesi la stessa incondizionata ammirazione che oggi gli viene tributata dai « patiti » delle sue canzoni.

L'accostamento è legittimo, anche perché enucleando un aspetto della personalità di Fabrizio uomo, chiarisce molte cose sul Fabrizio poeta. 1 gatti randagi di ieri cantano ancora nelle sue canzoni, popolate di creature sconfitte, lasciate ai margini della società ed alle quali egli vuoi riconoscere, anche polemicamente, come agli animali affamati della sua-infanzia, quella dignità umana negata loro dalla gente per bene.

E' affollato, il suo mondo_poetico, di gatti che hanno fame (di pane, di pietà, di amore): da « Miché » a « Bocca di rosa », alla fauna notturna de « La città vecchia » o di

Via dei campo,», ai negri di « Spiritual » che continuano ad attendere che Dio si accorga di loro, al suicida di « Preghiera in gennaio », ai protagonisti de « La ballata dell'eroe », « La guerra di Piero », < La ballata dell'amore, cieco ».

C'è bisogno di tanta pietà, per i gatti randagi come per gli uomini, vuoi dirci Fabrizio. E per dircelo ha raccolto tutte le folgorazioni le, angosce, i tremori delle sue canzoni precedenti, per scrivere questa cantata che è anche - e soprattutto - una galleria di personaggi, un vasto mosaico sulla solitudine e sull'infelicità dell'uomo. Ancora una volta Fabrizio ha dato la parola ai gatti randagi, perché la gente capisca e tragga le debite conseguenze. Ecco perché « Tutti morirono a stento » è un messaggio di disperato amore, per tutti i diseredati cui una specie di morte morale impedisce di recuperare il perduto gusto della vita.

E proprio la morte (come negazione della vita, ossia della dignità, della felicità, di tutto quanto gli antichi comprendevano nel termine « humanitas »), fornisce il fondale inquietante di questa cantata, un polittico che allinea tutto il triste campionario di un'umanità derelitta: tossicomani, impiccati, bimbi impazziti negli agghiaccianti « jeux interdits » di uria guerra apocalittica, adolescenti traviate, falsi babbi Natale che cercano nell'amore di fanciulle ancora pure il brivido dimenticato della gioventù. Su tutti alleggia, nel dolente racconto dell'autore, la consapevolezza dei proprio peccato e dell'impossibilità a riscattarsene, l'avidità di luce e di quiete cui fa riscontro la condanna all'ombra e al tormento.

Così nel canto dei drogato (chi / e perché mi ha messo ai mondo / dove vivo la mia morte / con un anticipo tremendo?) che nell'euforia illusoria dell'allucinogeno cerca
invano l'antidoto al proprio vuoto interiore: « Ho licenziato Dio / gettato via un amore / per- costruirmi il vuoto / nell'anima e nel ' cuore... » e poi: « Gli arcobaleni d'altri mondi / hanno colori che non so / lungo i ruscelli d'altri mondi / nascono fiori che non ho », impossibile speranza in una felicità che stia « oltre il confine stabilito >, oltre la coscienza umana, oltre « i bordi dell'infinito ».

Così ancora nella amara « Leggenda di Natale », la storia dei vecchio riccone che abusa dell'innocenza di una fanciulla per allontanare da sé lo spettro incombente della vecchiaia: « E venne l'inverno che uccide il colore e un babbo Natale che parlava d'amore / e d'oro e d'argento splendevano i doni ma gli occhi eran freddi, e non erano buoni... E mentre incantata io stavi a guardare/ dai piedi ai capelli li volle baciare ».

Un mondo, insomma, che ripugna alla fredda e asettica morale di chi giudica prima di comprendere e di compatire (ed è la morale dei più) ma sul quale si china pietoso Fabrizio. E a differenza della morale dei più, la sua morale è sempre giustificatrice, mai giustiziera. Per lui tutti hanno diritto a salvarsi, « perché non c'è l'inferno / nel mondo dei buon Dio ».

Ma come salvarsi, se ogni rivalsa sulia naturale caducità delle cose e dei sentimenti finisce per rivelarsi impossibile? E' vero che alla solitudine può anche seguire l'amore, che all'inverno finisce per sostituirsi la primavera. (« Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l'amore ancora ci passerà vicino / nella stagione dei biancospino »); ma altri inverni sopraggiungeranno, anche l'amore finirà: « Ma tu che stai, perché rimani? / Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti ».

Insomma, è la mancanza di pietà che trasforma la nostra vita in un lungo cammino di morte. Il tema affiora nella , Ballata degli impiccati », ai quali non è stata concessa possibilità di redimersi, per i quali « il prezzo fu la vita / per il male fatto in un'ora »; o nel « Marcondiro'ndero >> una delle pagine più intense e drammatiche dell'intera cantata. Vi si narra come la spietata (appunto) follia dell'uomo abbia scatenato la guerra atomica, e di come la terra ne si andata distrutta. Solo i bimbi sono rimasti vivi, a continuare un assurdo girotondo che li trascina, gradualmente, alla pazzia. E su tutto aleggia un terribile monito, « chi ci salverà? ».

Dunque, vuole dirci l'autore, non c'è speranza nell'uomo, se non nell'amore che uccide l'odio, nella carità che uccide cupidigie, e rancori, e ingiustizia. Abbiano pietà coloro che stanno in alto, che hanno gloria, potenza e ricchezza. Abbiano pietà di chi conosce dolore e di chi conosce l'errore, affinché per tutti - se lo vorranno - si apra la strada dei riscatto. I potenti, rammentìno che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare. E che la morte è rimorso, per chi non ha saputo aprirsi, in vita, alla compassione. Per chi non ha saputo amare i gatti randagi.