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(testi)

1970 La buona novella (testi) (note inserite nel disco)
      1970 Produttori Associati PA/LPS 34 (copertina ocra)
         1970 Produttori Associati PA/LPS 34 (copertina bianca)
         1970 Produttori Associati PA 1009 cassetta stereo 7
         1970 Produttori Associati PA 9004 cassetta stereo8
         1970 Ricordi SMRL 6230 (copertina bianca)
         1970 Ricordi RIK 76498 cassetta stereo 7
         1973 Ricordi Orizzonte ORL 8918 (LP) copertina trittico chiesa
         1970 Ricordi Orizzonte ORK 78918 cassetta stereo 7
         1987 Ricordi CDRML 6230 CD
         1991 Ricordi Orizzonte CDOR 8918 CD
         1995 BMG - Ricordi CDMRL 6498 CD
         2002 BMG - Ricordi 74321974452 CD - 24 bit remastering - cop. ocra

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Cover by Lucio

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Cover by Lucio

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  grazie a Barbara

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 1970 Produttori Associati
PA 9004 cassetta stereo8
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  grazie a Tiziana

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  cover by Lucio

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(Ricordi Orizzonte ORL 8918 - clicca x ingrandire)

(Ricordi Orizzonte ORL 8918 - clicca x ingrandire)

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  cover by Lucio

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  • 1 - Laudate Dominum (Testo e Musica di Fabrizio De André)...... . . . . . . . . . .. 0'21"
  • 2 - L'infanzia di Maria (Testo e Musica di Fabrizio De André).................... . . .. 5'01"
  • 3 - Il ritorno di Giuseppe (Testo e Musica di Fabrizio De André)....... . . . . . . . . 4'07"
  • 4 - Il sogno di Maria (Testo e Musica di Fabrizio De André)..................... . . . . 4'07"
  • 5 - Ave Maria (Testo e Musica di Fabrizio De André).... . . . . . . . . . . . . . . . .... 1'53"
  • 6 - Maria nella bottega di un falegname (Testo e Musica di Fabrizio De André). 3'14"
  • 7 - Via della Croce (Testo e Musica di Fabrizio De André).................... . . . . ... 4'33"
  • 8 - Tre madri (Testo e Musica di Fabrizio De André)..... . . . . . . . . . . ... . . . . . . 2'55"
  • 9 - Il testamento di Tito (Testo e Musica di Fabrizio De André)...................... . 5'51"
  • 10 - Laudate hominem (Testo e Musica di Fabrizio De André) . . . . . . . . . . . . . 3'29"

Novembre 1970
A cura di Roberto Dané
Arrangiamenti di Giampiero Reverberi
Orchestra e coro "I musical" diretti da Giampiero Reverberi
Tecnici del suono: Walter Patergnani (Ricordi) - Mario Carulli (Fonorama) - Plinio Chiesa (Fonit-Cetra)
Grafico: Greguoli

Da qualche parte troverete scritto "a cura di", "arrangiamenti di" e qualche altra doverosa e professionale gratitudine stampata da una macchina disperata, senza amici. Io ho degli amici: Roberto Dané, che ha usato l'intelligenza per censurare e suggerire, l'affetto per stimolare e convincere e infine il forcipe, perché questo lavoro diventasse un lavoro finito, perché nascesse; Giampiero Reverberi, che ancora una volta ha saputo vestire di musica la mia consueta balbuzie melodica; Corrado Castellari e Michele ai quali devo un'idea per la musica del testamento di Tito; Franco Mussida - chitarra, Franz Di Cioccio - batteria, Giorgio Piazza - basso, Flavio Premoli - organo, Mauro Pagani - flauto del complesso "I Quelli" ed il chitarrista Andrea Sacchi che dopo due giorni di distaccata collaborazione hanno dimenticato gli spartiti sui leggii e sono venuti a chiedermi "perché hai fatto questo disco, perché hai scritto queste parole". Anche con loro la fatica comune si è trasformata in amicizia: da quel momento

 Fabrizio De André

Non fatevi abbagliare dalla fama de "Il testamento di Tito", una delle canzoni più famose di Fabrizio De Andrè¨.
Questo è uno dei dischi più belli di De Andrè, una unica bellissima poesia. testi incantevoli su una musica unica. Da ascoltare dall'inizio alla fine.

Un buon commento a questo CD sul sito di Lilia Boeri (http://www.freeweb.org/varie/cleo/faberind.htm)

Corrado Castellani (citato da Faber nei ringraziamenti) mi ha scritto qualche dettaglio in più:

Caro Walter

ecco come è andata: Fabrizio aveva scritto , musica e testo del TESTAMENTO DI TITO, però aveva confidato a MICHELE (vedi Susan dei Marinai) suo grande amico, che non era soddisfatto della musica che lui stesso aveva scritto, e qui intervenne la fortuna e debbo dire un grazie grande come una casa a MICHELE il quale gli disse: " ho un amico compositore( ero io) che ha delle belle idee musicali, perchè non lo fai provare a musicarti il TESTAMENTO DI TITO?......" Fabrizio acconsentì a farmi provare- la mia musica gli piacque tantissimo tanto che scelse la mia . Quindi IL TESTAMENTO DI TITO è : testo :Fabrizio de Andrè musica:Corrado Castellari

A proposito, sai di chi è l'idea di SUSAN DEI MARINAI? E' di Fabrizio che ascoltando il mio provino suonato e cantato in un inglese maccheronico, disse: "Questa è SUSAN DEI MARINAI........"

Pubblica pure, mi farebbe molto piacere.

Ciao Corrado

 

 

Note inserite nel disco:
L'aggettivo « apocrifo ,, in greco, significa segreto, nascosto. Sembra che stesse ad indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati, non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse.

Quando la Chiesa cominciò a distinguere in « ispirata e no » la letteratura su Cristo escluse quei testi apocrifi dal codice « canonico ».

Per estensione vennero chiamati apocrifi tutti gli scritti esclusi dal codice, appartenessero o meno a quelle sette. Così apocrifo divenne sinonimo di « non veritiero ,, « falso ,, « non corretto ».

Ci sono vangeli, bibbia, atti e lettere, sentenze e apocalissi apocrifi.
I vangeli apocrifi, in genere, vengono datati tra il I e il IV secolo d.C.

Convenzionalmente portano il nome di apostoli o testimoni della vita di Cristo: Pietro, Nicodemo, Filippo, Giacomo, Tommaso, i quali parlano in prima persona o sono citati dal redattore dei testo come fonte dei racconto.

Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull'infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l'infanzia di Gesù e la storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più affascinante è l'attenzione che gli autori mettono anche sulla natura « comunque » umana dei foro protagonisti; costoro, e il popolo che vive con loro, sembrano semidei di vario grado immersi in una meravigliosa e a volte anche troppo fantastica leggenda, costretti a viverla come umili e martoriati esseri umani in balia di questa unica commedia umana.

Pur essendo fuori della Chiesa gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda: dalle più piccole e radicate tradizioni: la grotta, l'asino e il bue, i nomi dei Magi e dei genitori di Maria, fino alle basi sulle quali poggia il dogma dell'Assunzione e la definizione « Madre di Dio ». Queste e altre notizie hanno ricchezza di particolari e spesso unica citazione nei vangeli apocrifi. La loro storia è sotterranea. I « fedeli » cristiani non li conoscono, la Chiesa non li divulga, per secoli sono stati ignorati eppure Dante, Carpaccio, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Hugo, Buigakov devono averli letti se hanno raccontato o dipinto scene che solo gli apocrifi contengono.

li lavoro di questo disco nasce da una ricerca sugli apocrifi e sull'animo umano che li ha informati; nasce dalla necessità di divulgare e *comunicare e dalla convinzione che l'argomento è lungi dall'essere superato: semmai, oggi, l'interesse si sposta, finalmente, dallo studioso alla gente, attraverso l'unico tramite ancora possibile, l'artista.

Fabrizio De André comincia il suo mestiere di autore con le canzoni di protesta, La guerra di Piero, La ballata dell'eroe (vai la pena di chiamarle di protesta visto che nove anni fa la protesta non era di moda) e con stupende canzoni d'amore, Bocca di rosa, Via dei Campo, Marinella.

La storia spesso fa da supporto, da pretesto per la polemica, per la satira, per l'umorismo su questo nostro « scostumato » mondo. Tra un verso e l'altro filtra l'ironia dell'uomo che ha bisogno di fede e fede non ha trovato. Il problema più che-religioso è mistico e, fattosi primo tra gli altri, comincia a cadenzare una

sfiducia in tutto ciò che è mito ma non risolve, che è autorità ma non opera, che è volontà ma non vuole altri che se stessa. L'ironia, qualche volta, prende la piega acre dei sarcasmo, la sfiducia scende di classe, corrode anche gli oppressi fino alla passività che è suicidio e De André scrive Tutti morimmo a stento, cantata sulla morte ma anche per la morte, certa, sicura, e tanto più amara se i] vivere non è stato. Tutti morimmo a stento è un quieto dolore che finisce male, della rivolta non ci sono più neppure le radici, rimangono due invocazioni e un atto di accusa che sembrà una preghiera. Solo la morte ha ragioni per vivere: ha la coscienza di essere stata chiamata.

La buona novella è il grado più alto di questa illusione-disillusìone-sfiducìa. Ne è l'emblema, addirittura. Comincia con una favola, una leggenda: un « c'era una volta » che fa presagire lieto fine e felicità. Contiene l'identico carattere di anomalia delle favole: cominciano con momenti tristi e penosi, con angosce e fatiche, lo svolgimento rasenta il tragico, l'irreparabile, poi sfociano brutalmente (come quando arrivano i nostri) in un lieto fine liberatorio. Sono forse i timori, le paure dell'adolescenza che svaniscono nel l'accettazione, con la maturità, di affetti concreti, reali e semplici.

Il raro e lo straordìnario sono sempre di passaggio.

E De André segue questo itinerario: alla favola sembra crederci, la porta avanti come se dovesse concludersi con il lieto fine, termina persino il primo tempo con l'odore della felicità. E poi distrugge con forza e decisione tutto ciò che ha costruito e lo distrugge senza giustificazioni di destini o di predestinazioni: con la convinzione che l'ineluttabile morte deve accadere, comunque, anche per errore. Sembra allora che la costruzione della prima parte sia stata fatta apposta per essere abbattuta: più dolce, femmina e leggenda, per frustrare definitivamente con la realtà dura e maschile ogni capacità di speranza. Non importa che la storia dei vangeli gli fosse ovviamente nota. Alla sua storia « evangelica » manca il riferimento biblico « affinché si compisse quei che è stato predetto ». De André usa perciò della stessa meraviglia dei narratore originale, l'incredibile lo allarga, lo riempie di possibile, lo umanizza come fosse credibile, fino al tentativo di corruzione dell'ascoltatore perché gioisca con lui: questa volta ce l'abbiamo fatta, i fatti cambiano il mondo! E poi lo dileggia perché ha creduto, ancora una volta, alla favola illusoria.

Resta. a consolare, quell'amore dell'ultimo verso

dei testamento di Tito: unico comandamento, ama il prossimo tuo, che comandamento non è. Parallelamente a questa sfiducia esistenziale (anche l'unico che poteva essere Dio è morto) c'è, ben chiara, quella propriamente politica. Ed è ancora la stessa strada della frustrazione.

Così una bambina, prima ancora di capire, prima ancora di volere, è già strumento della fede dei genitori e, naturalmente, dei potere che quella fede esercita. E viene allevata nel seno dei potere per servire-il potere. E proprio dalla vergine per vocazione (sterile, perciò) , nasce la rivolta. La gioia è breve, il potere riprende le redini in mano, la rivolta è soffocata, il potere uccide. L'altalena vichiana dei finale toglie, senza molte cortesie, e senza tanto favoleggiare, le illusioni a diciannove secoli di storia.

La storia finisce con la morte perché la morte è la fine della realtà. La resurrezione sarebbe ancora leggenda e ancora una volta toglierebbe forza alla possibilità di imitare quest'uomo che De André considera,il più importante rivoluzionario della storia.

Il legame con i vangeli apocrifi è allo stesso tempo profondo e tenue. Direi che De André li usa fin che gli sono utili, ne adopera alcuni strumenti, sono la fonte necessaria per un lavoro così complesso.

L'infanzia di Maria ha dei precisi riferimenti « storici » e così il viaggio di Giuseppe e l'annunciazione dell'angelo e la parte nota della passione ma al personaggio Giuseppe, per esempio, De André ha dato un'anima che negli apocrifi non ha. Gli autori di duemila anni fa lo dicono servitore di un'idea ma non dicono che cosa lui ne pensasse. E così i turbamenti di Maria, le parole delle tre madri, i gruppi della via crucis (che, come fonte è apocrifa e non esiste nei canonici) il sogno della concezione e soprattutto il testamento di Tito nascono dalla fantasia di De André per costruire una storia che termini, fisicamente e nel contenuto, con « lodate l'uomo ».

Dei versi di Fabrizio, ormai giunto alla maturità espressiva, c'è da segnare l'uso della metrica e della rima. Ne è divenuto così padrone da non perdere occasione per proporre un'immagine. E qui le immagini si rincorrono, si sovrappongono, si ammucchiano una contro l'altra dal primo verso all'ultimo.

Apparentemente senza fatica. E invece è stata fatica, di un anno di lavoro, molti giorni e molte serate e troppe notti.

Credo che con questo disco De André entri a far parte, volente o nolente, sia bene o sia male, del costume italiano.
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