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From : "Giovanni Bronzino" <gibron@katamail.com> (...) su Dolcenera esiste un mio commento nell'archivio della ML Bielle:
Dolcenera è il quarto brano di un disco
dedicato interamente al concetto di solitudine, facendone un grande elogio fino a trasformarsi per certi aspetti in un grande discorso sulla libertà.
Da qui un concept-album che trova in Anime salve il suo brano-manifesto e in Smisurata preghiera un riassunto di sette esempi di solitudine e/o emarginazione raccontanti poco prima. Ecco, Dolcenera è il terzo esempio.
Siamo, per successiva ammissione degli autori, nella Genova del 1972 devastata da un violentissimo alluvione come "non si vedeva da una vita intera". Solo i primi sedici versi servono al poeta per catapultare il
lettore dentro un'atmosfera apocalittica ed eccezionale dove il fiume di acqua e fango che invade la città vien personificato come Dolcenera, secondo un carattere tendenzialmente animista di De André.
Che Dolcenera sia
eccezionale lo si intuisce dal suo picchiare "forte", dal suo buttar "giù le porte", oltre che dai versi del coro che sembrano degli al lupo, al lupo e che specificano come non siamo di fronte ad "acqua
che fa sbadigliare", piuttosto Dolcenera ricorda più verosimilmente una colata lavica "che ammazza e passa oltre". E nel suo procedere totalmente delirante per le vie della città, Dolcenera porta in dote a
chi incontra tutta la sua negatività e jettatura congenita ("nera di malasorte", "nera di falde amare", "nera come la sfortuna"). Ci sono così tutti i numeri per considerare Dolcenera, questa
fiumana d'acqua dolce e nera, un tiranno vero e proprio. E in questa Genova traviata dalla pioggia torrenziale, emergono tra i vv. 17 e 21 i volti di due innamorati. Lei è addirittura un'adultera ("moglie di
Anselmo"). L'innamorato è consapevole di vivere un amore, per quanto appagante, con una donna sposata, ma ciò gli crea un senso di colpa che alimenta delle sue paranoie e che lo porta a vedere in quella Dolcenera
"arrivata da un'ora", un qualcosa di sovrannaturale o, se preferite, divino, volto a isolarlo ("è venuta per me") dalla moglie di Anselmo riparando all'ordine naturale delle cose. La paranoia di sentirsi
tutto contro diviene timore e, contemporaneamente, desiderio di isolarsi da colei che si ama: "la moglie di Anselmo" non "deve sapere" di Dolcenera, affinché lei non abbia a che spaventarsi e voglia
chiuedere la relazione, ma nel subconscio vi è il forte desiderio che l'alluvione possa allontanarlo da lei affinché lei si riavvicini a quella che è la sua leggittima relazione. Ma "l'amore ha l'amore come solo
argomento", e la voglia di amare ed essere corrisposti fa sì che nell'innamorato si alimenti il desiderio che nulla si frapponga fra lui e la sua dolce metà ("il tumulto del cielo ha sbagliato momento").
Quest'ultimo desiderio, a conti fatti, è lo stesso movente che fa di Dolcenera un qualcosa che travolge la qualunque senza distinzioni e con foga rabbiosa. Insomma, quest'acqua improvvisa ("che non si aspetta"),
maledetta ("altro che benedetta"), "che spacca il monte che affonda terra e ponte", e che fa salire anche il mare annullandone la salsedine ("sale senza sale"), vive in ognuna di queste azioni
la sua passione, quella di voler scorrere liberamente e poco importa se nel suo cammino qualche casa o qualche persona vuole impedirne il cammino: lo travolgerà, lo annullerà senza pentimenti, come ogni tiranno che si rispetti
fa nell'abuso del suo potere.
Parallelamente al sogno folle e paranoico dell'innamorato, la moglie di Anselmo sogna il mare agitato e pur essendo impegnata in una lotta che "si fa scivolosa e profonda", anche
lei sembra aver perso il contatto con la realtà circostante
o, perlomeno, alterna lucidità e follia. Finalmente quest'acqua buona per essere fotografata, per magari un giorno cercar di capire (come sempre avviene) se si poteva evitare ("per cercare i complici da maledire"), si ritira facendo cessare ogni battaglia per la sopravvivenza ("si risveglia la vita/che si prende per mano/a battaglia finita").
L'acqua "che ha fatto sera" scorre piccolissima, a vederla ora sembra impossibile scorgerne la "Dolcenera senza cuore" di un attimo prima. Malgrado ciò, l'ansia di perdersi procurata da Dolcenera ai due
innamorati, gli ha regalato la certezza di essere legati da un sentimento speciale, peccato che non potranno più viverlo, dato che la moglie di Anselmo è rimasta in un tram isolata involontariamente ("tram scollegato da
ogni distanza"). Un amore "dal mancato finale", un amore "splendido e vero", per l'intensità dei sentimenti provati, ma è un amore vissuto con ansia, paranoia, senso di colpa, egoismo tirannico,
tutti elementi che mal si conciliano col concetto di amore che, di fatto, dovrebbe renderci anime migliori, superiori, più forti e più lucide. Per amore dell'altro in questa storia si perde la lucidità di capire oggettivamente
che cosa sia quell'acquazzone in quel momento.
Dapprima viene avvertita come una minaccia, ma rivestito di significati metafisici, quindi viene totalmente annullata, in virtù di una sottovalutazione che alla fine sarà
fatale. La conclusione è che la solitudine la si può anche subire involontariamente, se non, addirittura, desiderarla. Ma fu bell'amore? Apparentemente sì, "così è se vi pare", direbbe Pirandello; un amore "da
potervi ingannare", canta Faber.
giovanni
From: "Giovanni Bronzino" <gibron@katamail.com>
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Per concludere la discussione su Dolcenera, vi offro i versi tagliati in extremis da De André in persona (senza Fossati, per intenderci), prima di incidere. In quel momento Dolcenera si intitolava Dolce nera.
nu l'è l'aegua ch'à fá baggiá imbaggiâ imbaggiâ era acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale âtru da stramûâ â nu n'á â nu n'á era che il mare sceglie il maestrale
per rigurgitare questo malaffare acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale era acqua dolce addolorata dolce malamata poca benvenuta cieca nu l'è l'aaegua de 'na rammâ
'n calabà 'n calabà era che ogni nostalgia ogni mercanzia ogni ave maria porta via âtru da camallâ â nu n'à â nu n'à era dolce non immacolata mille volte avuta e pagata Vennero
inoltre spostate da inizio a fine verso, le parole "luna" e "niente" rispettivamente per i versi 11 e 41. giovanni
inviata l'8 luglio 2001 autore:FRANCO SENIA --------------------------------------------------------------------------------
Maledetto ingorgo!
Anche stasera piove. E anche stasera mi ritrovo bloccato in mezzo a questa fiumana di macchine. Possibile che, in questa città, bastino due gocce d'acqua dal cielo per paralizzare tutto?
Io qui a battere i pugni sul volante, e a fumare una sigaretta dopo l'altra, e lei....cosa farà lei? Cosa cristo starà facendo in questo momento?
Magari è già arrivata, in quel buco d'albergo! Certo che è arrivata.
Tanto lo so: ha preso l'autobus. E quando l'autobus è rimasto bloccato nell'ingorgo, è scesa ed ha continuato a piedi. Ha sempre paura di far tardi... ed arriva sempre in anticipo :-)).
Adesso magari è su quel letto, su quel materasso da quattro soldi, nella nostra solita stanza, a domandarsi, a dirsi mille cose. Sdraiata sopra un un letto singolo!
"Costa meno" - non perde occasione per sottolinearlo, il prezzo delle cose. Come se il costo della vita, le rinuncie, le delusioni, i rimpianti si pagassero in soldi! E invece il conto è molto più salato.
Lo paghi col tuo. Con qualcosa che non potrai riguadagnare mai più.
Chiusi. Siamo sempre chiusi, rinchiusi, da qualche parte.
Un amore rinchiuso. Rinchiuso dentro un telefono, rinchiuso dentro una stanza d'albergo. E anche ad essere rinchiusi in due non c'è nessun sollievo.
Io, qui, dentro questa macchina, con la musica che fuoriesce dallo stereo a farmi compagnia (fosse almeno la dyane dei mie vent'anni!); lei rinchiusa dentro a quella stanza d'albergo, talmente rinchiusa
che perfino il cortile, in agguato fuori dalla finestra, è un cortile chiuso, senza luce.
"Un amore blues, il nostro" - lo ripete sorridendo.
Ed io che avrei voluto un amore-valzer fatto di sole e di cielo caldo, di sabbia e di vino ghiacciato. Avrei esagerato. Perdio se lo avrei fatto! Ero disposto a correre il rischio. Ma lei no!
E io non voglio perderla, non la posso pensare sola in quella stanza. Non ci riesco. Ora apro lo sportello e scendo da questa macchina. Che m'importa se la strada si è trasformata in un torrente?
A piedi, vado a piedi fino a quell'albergo senza ascensore. Ci arrivo a piedi al terzo piano. Anche al trentesimo, se occorre. E la porto via, me la porto via. Certo che lo faccio!
"Altro da trascinare
non ne ha non ne ha
e la moglie di Anselmo sente l'acqua che scende dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle nel suo tram scollegato da ogni distanza nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza
così fu quell'amore dal mancato finale così splendido e vero da potervi ingannare"
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