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11 GENNAIO 2019
Noi che viaggiamo in direzione contraria, avevamo un compagno di strada discreto e forte. La sua voce, il più bel paesaggio, faceva sembrare più corto il cammino; e magari eravamo gli unici a capirlo, e lo facevamo
scendere senza seguirlo e senza avergli sfiorato la mano. R.Vent.
Le nuvole barocche di Fabrizio De Andrè Le luci ed i clamori spesi e scialacquati dai giornali, dalla immancabile e patetica Mamma Rai e dai sempre
presenti canali politici della 'copertura' Fininvest sono stati prodighi e prolissi nei confronti di Lucio, un vero e
proprio avvenimento annunciato e prosciugato fino all'osso, mentre per Fabrizio (anche per quella storica mancanza di professionalità che viene sempre a galla quando questi colossi si dedicano alla musica) è stato molto
più una notizia e molto meno un avvenimento da indici di ascolto. Ma De Andrè era questo, uno schivo di natura
(non come l'altro, schivo anche per ragioni propriamente professionali e sentimentali: un interprete che dal vivo ha sempre avuto dei problemi insormontabili per una riuscita vocale che non risultasse approssimativa) che
raccontava di fatti e persone, di usurpatori e tiranni contro i deboli e gli oppressi, quei personaggi perdenti di
natura che riescano a denunciare o addirittura riscattare una intera condizione sociale, Ma chi erano i personaggi
in controluce di Fabrizio? Gente che potremmo incontrare per strada ovunque o riferimenti storici letti coi senno di poi.
STORIA DI UN IMPIEGATOLiberamente tratto dal disco di F.De Andrè "STORIA DI UN IMPIEGATO" (1973, BMG Ricordi) "La vita non è che una processione di ombre e Dio solo sa perché le abbracciamo tanto ardentemente e le vediamo scomparire con tanta angoscia, dato che sono ombre" By Lucia Coccia (superlucia83@yahoo.it) PROLOGO "Soggiorno a Parigi: della libertà e delle altre ombre da cui prende vita un racconto" Si stava facendo sera. Dovevo tornare al mio domicilio, ma sia la mia mente sia le mie gambe confondevano questo pensiero al punto riuscire a convincermi del fatto che il mio posto era lì, a Boulevard St- Michel e da nessun'altra parte, mentre un'altra me, che compativo, in quel momento doveva essere in procinto di consumare il suo pane quotidiano della sera in qualche posto che non ricordavo. Avevo i piedi a pezzi a causa del gran camminare di quei giorni: Parigi è una città bellissima, ci ero andata per la prima volta ed ero estasiata, per questo giravo e rigiravo come una trottola fra avenues e boulevards senza ascoltare minimamente le proteste dei miei arti inferiori; finché questi ultimi pensarono bene di mostrarmi sotto forma di dolorosi calli lo sforzo cui li stavo sottoponendo. Eppure non mi diedi per vinta e continuai a respirare l'aria della capitale francese direttamente nelle sue strade e ad abbagliare i miei occhi davanti alla maestosità di ciò che aveva fatto di quella città, artisticamente parlando, una delle più grandi in Europa e nel mondo. Ma non ero lì solo come turista: il mio passo piuttosto affrettato (per la gioia dei miei piedi) prendeva un ritmo più blando all'improvviso, fermandosi spesso del tutto, non appena individuavo una di quelle graziose librerie al cui esterno si liquidavano a poco prezzo libri ingialliti ed appesantiti da quel mostro corrosivo e a volte benefico che siamo soliti chiamare tempo. Allora la mia mente si era imbarcata su un treno che, se avesse seguito fino alla fine il suo binario senza deragliare in ingenuità e banalità, sarebbe giunto all'agognata stazione di un discreto racconto sul '68, per il quale mi lambiccavo il cervello già da qualche mese. Benché avessi idee ed entusiasmo, però, dovevo riconoscere il fatto che ero, o, meglio, credevo di essere, poco e male informata. In questo senso il mio viaggio a Parigi fu la mia svolta: dove documentarsi meglio, infatti, se non nella città in cui il '68 è nato, ha contagiato il mondo ed è morto nelle mani della politica? Già mie mete erano state Nanterre e la Sorbonne, nonché quasi ogni vicolo del Quartiere Latino, ma il mio obiettivo era essere al corrente di cosa i francesi pensassero di questa rivoluzione, confrontando dovutamente opinioni diverse o opposte. E, naturalmente, per fare ciò avevo bisogno di qualcosa di scritto, di un pezzo di storia, ma anche di vita quotidiana, immortalato e cristallizzato in lettere, parole, proposizioni, in modo da avvicinarsi il più possibile alla verità. Così, con un libro di poesie di Rimbaud in mano, acquistato per una decina di franchi appena, mi aggiravo concentrata spostando ed esaminando accuratamente ed avidamente volumi polverosi che trattavano dei più svariati argomenti. Procedendo in questo modo, dimentica del posto in cui mi trovavo, della gente che mi stava intorno e che camminava portando nei suoi passi i più svariati pensieri, del fatto che ero a Parigi e di tutto il resto. Il sole, re di un cielo azzurro stranamente sgombro della più piccola nuvola, troneggiava sui tetti blu e sulle finestre più alte dei palazzi del boulevard. Pedoni distratti attendevano il verde sulle strisce pedonali, non curanti di automobili e di autobus non meno distratti che sfrecciavano davanti a loro senza nemmeno sfiorarli con lo sguardo e, se per caso ciò accadeva, dopo dieci metri gli abitanti di quegli strani veicoli a quattro ruote non ricordavano già più il viso di chi stava fermo ad attendere di attraversare. ------------------------> scarica tutto il romanzo in formato pdf
2 poesie di Max. t2
t1 da: "massimo casanova" <maxplank@libero.it
From: "-[)@Ni(0)-" <Danio@rigel.it> Lasciamo eredità insolute
Apocrifo Ho avuto paura era come una guerra
DAGLI ASINI DI FRANCIS JAMMES AI SUICIDI: LA TRADUZIONE DI FABRIZIO DE ANDRÉ
La Gallimard ha da poco ripubblicato alcune poesie di Francis Jammes (1868-1938), a dimostrazione dell'attualità di un poeta dalla sensibilità contemporanea. La raccolta porta, come titolo, Prière pour aller au paradis avec les ânes, da una poesia data per la prima volta alle stampe nel 1901 e inclusa originariamente ne Le Deuil des primevères. Quest'ultima è una silloge di quattordici preghiere che il "Cygne d'Orthez", in odore di conversione, rivolge a un Dio roussoiano, che suscita una religiosità più cristiana che cattolica. La fede del poeta spinge Gide, suo amico, a etichettarlo ironicamente, in una lettera, «saint Francis Jammes», con un'esplicita allusione a Francesco d'Assisi. La conversione si compie nel 1905 e trova massima espressione nell'opera dell'anno successivo, Clairières dans le ciel (1906), a partire dalla quale l'ispirazione religiosa e quella rustica diventano indissociabili. La svolta mistica di Jammes non costituisce del resto un episodio isolato nella temperie culturale della Francia di inizio secolo, ispirata dal "ritorno a Dio" di Claudel. Nonostante aderisca quindi ad una tendenza generalizzata, Jammes è spesso guardato dalla critica come esempio di anticonformismo. E controcorrente lo è, sia nelle sue scelte formali, che lo portano a riscoprire la melodia dell'alessandrino in un momento in cui impera il verso libero, sia nel proprio percorso tematico. Il suo ritorno alla fede è semplice, quasi infantile, scevro da cerebrali appesantimenti filosofici o teologici. Jammes sceglie di lodare Dio attraverso uno sguardo attento alla verità delle cose, allontanandosi così dal sensuale esotismo dei suoi contemporanei: un atteggiamento che nel 1897 era già stato definito, sul Mercure de France, «jammisme». E ancora prima della conversione, si rivolge al Creatore con molta naturalezza. Nella Prière pour aller au paradis avec les ânes l'animale domestico, fraterno e sottomesso, diventa simbolo di un'umanità rassegnata ai soprusi del prossimo. Con gli asini prende l'avvio una lunga processione di vinti dalla vita, di dostoevskiani "idioti". La campagna in primavera è il momento ideale per l'ultimo viaggio e gli asini sono i compagni prescelti per apparire dinanzi al Creatore. Il poeta si pone tra loro, autonominandosi apertamente («Je suis Francis Jammes et je vais au Paradis, […].», v. 8) e scegliendo quindi la compagnia delle bestie che abbassano il capo, le stesse che hanno sopportato enormi fatiche e i colpi inferti dalla mano altrui. Cammina con loro, che la vita ha messo in ridicolo o alla gogna e la cui unica, inoffensiva difesa è costituita dalle lunghe orecchie per «chasse[r] les mouches plates, les coups et les abeilles …» (v. 12). Al cospetto di Dio, essere come gli asini è per Jammes motivo di estrema beatitudine perché la loro umile semplicità è riflesso del cristallino amore eterno. La mitezza dell'asino non rappresenta un esempio di viltà ma, al contrario, la scelta di un cammino personale, dettato non dalle convenzioni ma da una forma di coerenza individuale:
[…]. Je désire, ainsi que je fis ici bas, Due anni dopo la morte di Jammes nasce a Genova Fabrizio De André (1940-1999) un altro poeta del '900. Di lui è noto un repertorio che ha attinto alla letteratura di tutti i tempi: dalle ballate medievali francesi (Il re fa rullare i tamburi, La ballata degli impiccati) ai sonetti di Cecco Angiolieri (S'i' fosse foco), dai vangeli apocrifi (La buona novella) a Edgar Lee Masters (Non al denaro, non all'amore né al cielo). Anch'egli, nonostante una spiccata posizione anticlericale, sente l'esigenza, in un momento tragico, di rivolgere una preghiera a Dio. Nel '67 porge l'estremo saluto all'amico Luigi Tenco, morto suicida. Ne nasce Preghiera in gennaio, inserita nell'album del 1968 Volume I . La stagione in cui il dolore è più intenso non è la primavera di Jammes, ma quell'inverno che De André, in molti dei suoi testi, associa alla morte, riassumendo quindi la connotazione luttuosa della poesia francese (deuil) in una semplice deissi temporale (in gennaio). Il laico cantautore si rivolge a Dio, interlocutore comprensivo lontano dal giudice implacabile dipinto dalla società dei benpensanti, e gli chiede di accogliere un fratello sfortunato, spinto ad una scelta estrema. Al singolo, come nella poesia di Jammes, si accoda una processione di anime («migliaia di quelle facce bianche», che ricordano le «milliers d'oreilles», v. 17) e, come gli asini, anche i suicidi di De André hanno deliberatamente scelto il loro percorso. Incompresi, in un mondo che troppo facilmente definisce vile una strada "diversa", i suicidi «mostra[ro]no coraggio» nel preferire la morte «all'odio e all'ignoranza». Per questo formano una schiera di «morti per oltraggio», secondo una definizione che può presentare una duplice accezione: quella di chi ha oltraggiato la morale comune e quella, diametralmente opposta, di chi ha subito l'oltraggio della vita. Torniamo così al breve ma intenso ritratto degli stessi diseredati che Jammes aveva racchiuso nell'immagine degli asini. L'analogia tematica tra i due testi potrebbe sembrare il risultato di una sensibilità comune ai due autori, che fanno del proprio mestiere una missione sociale, ma il raffronto va ben oltre. Inequivocabili spie denunciano che De André ha letto il testo di Jammes. Alcuni versi della poesia francese, tradotti in italiano in modo fedele, compaiono tra le righe della canzone, non soltanto nella scelta di un comune interlocutore (Dio) o nell'indicazione di un generico «quelli»/«ceux» che racchiude la schiera dei derelitti, ma in interi versi. In contrasto con il momento del lutto, un gennaio sia metaforico che reale (Luigi Tenco viene trovato morto il 27 gennaio e, per ironia della sorte, lo stesso De André morirà proprio nel gennaio del 1999), il tema del paesaggio primaverile compare sin dalle prime parole della canzone:
Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero Immediato il richiamo all'esordio di Jammes:
Lorsqu'il faudra aller vers vous, ô mon Dieu, faites
Entrambi i poeti sperano in una ricompensa che superi i dolori terreni e che simbolicamente unisca la luce diurna alla suggestione di un cielo stellato. Così Jammes immagina un «paradis, où sont en plein jour les étoiles» (v. 5). De André riproduce fedelmente l'immagine di un «cielo, là dove in pieno giorno risplendono le stelle». Jammes non ammette che chi ha già sofferto in terra possa soffrire per ulteriori prepotenze in cielo, «car il n'y a pas d'enfer au pays du Bon Dieu» (v. 9). De André dice: «perché non c'è l'inferno nel mondo del buon Dio». E se, secondo una differenza testuale, Jammes parla in prima persona mentre De André si pone da intermediario per un terzo, in entrambi i casi coloro che guidano la processione (il poeta/il suicida) non possono che invitare in Paradiso coloro che li seguono: «je leur dirai: Venez, doux amis du ciel bleu» (v. 10), che diventa «ai suicidi dirà […]: venite in Paradiso». Uguale è ancora la richiesta di intercessione: «Faites que dans la paix, des anges nous conduisent / vers des ruisseaux touffus où tremblent des cerises […] et faites que, penché dans ce séjour des âmes, / sur vos divines eaux, je sois pareil aux ânes» (v. 27-31). Nel testo italiano, rimane: «Fate che giunga a voi con le sue ossa stanche […], fate che a voi ritorni tra i morti per oltraggio […]». La citazione sembra particolarmente evidente, soprattutto perché sin dall'inizio, fino a questi versi, il cantautore ha apostrofato Dio dandogli del tu e probabilmente, nel passare al voi, c'è molto più di una licenza poetica. Si potrebbe infatti trattare di uno dei momenti in cui De André "confessa" la sua fonte. Il paradiso auspicato da entrambi gli artisti è quindi destinato a «chi non ha sorriso, [a] quelli che han vissuto con la coscienza pura», gli stessi che potranno specchiare «leur humble et douce pauvreté / à la limpidité de l'amour éternel» (v. 32-33). Si conclude così un'ennesima lettura del passato esperita dal poeta genovese che, al di là delle citazioni tradotte, si appropria di un testo facendolo suo e restituendolo con l'originalità che è la sua cifra costante.
Emanuela Gutkowski
Canzone per Fabrizio Crescemmo insieme Sotto il cielo terso "e poi la luce
G Gentili (circa2002)
Una tradizione della città di Matera, oggi purtroppo già estinta, vede da oltre due secoli, le donne più anziane dedite all'antico mestiere dell'apicultura. Sembra che usassero masticare fettine di favo, all'uopo preparate, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, e quindi, pronte per l'uso. Questa storia mi è arrivata direttamente da Ivano Fossati quando, ad un concerto di vari anni fa, ha introdotto la canzone "Ho visto Nina Volare", scritta insieme a Fabrizio De André. E' stata una vera e propria Rivelazione. Lo stesso Fossati mi ha confessato di essere stato letteralmente rapito da quella terra e di avervi soggiornato a lungo, con Fabrizio, per alimentare il fiume di poesia portato da quegli enormi affluenti che sono le tradizioni orali di quel posto. E' singolare e nello stesso tempo intuitivo come in questa leggenda siano reciprocamente intrecciate la vicenda religiosa, come il rito della comunione, insieme ad una pratica di accrescimento ancestrale, quale quella del pasto collettivo. E lo studio del comportamento dell' uomo spesso ci ha tramandato che, a tali "comunioni", prendono parte prevalentemente i soggetti che non presiedono alla difesa del territorio e che non vanno a caccia: le donne. Trattandosi poi di un rito molto importante per la sopravvivenza, sono le donne più anziane che ne assumono la piena responsabilità di svolgimento. Ma fra i famosi "Sassi", gli adulti invecchiano e scompaiono, i giovani nascono e crescono, ed anche se gli individui cambiano tutti, mi piace immaginare questo convoglio di umanità rimanere insieme e uguale a se stesso, sotto il peso dei cunicoli di masse lente, su viottoli serpiginosi capaci di dar direzione agli uomini, agli asini, alle acque e agli spiriti… E nelle grotte e intorno al fuoco che sembra accendere le danze degli spiriti dell'ombra, una bimba, rapita dal gioco delle fiammelle, guarda la nonna che "…Mastica e sputa da una parte il miele Mastica e sputa dall'altra la cera Mastica e sputa prima che faccia neve…" Questo il sogno reiterato, a poussées, quasi un refrain, delle mie notti sui Sassi, fra strade di cenere come un pianto asciutto, piatte ed ondulate, con andamento di fiume tra muri alti di calcio e balconate di tufo che tradiscono il vuoto. Non c'è rumore che possa svegliarmi, né luce tenue che come collirio possa levigare le ferite dei muri stesi come lenzuola materne anche per un estraneo come me. Di grotta in grotta sono un re forestiero sulla rupe dell'arnia, sono l'ape ceraiola della Gravina, fino al fondo dell'imbuto, dove il vento cade solo a spruzzi, sui cespugli di malerba bagnata. Oltre il disordine del mondo sento il mio passo più sicuro dentro questo sogno.
Carlo Bonanni
Ti ho conosciuto quel mattino: Spirava un vento clandestino Ha smesso ormai di soffiare, Ti giungono le tue canzoni? Nelle sere Genova, Napoli…, per entrambe un piccolo re Hai dato fendenti frustate, destanti Segno del tempo, come le rughe che ti hanno segnato, Ad importi con le armi dell'anima, timido dittatore: Stiamo anche gioendo in questo giorno, Memori di non aver a fondo compreso Claudio ferrante . .questo e' un tributo che mio figlio Paolo ha scritto per l'anniversario della nascita di Fabrizio.. (allemacc@virgilio.it <allemacc@virgilio.it>) Il 18 febbraio 2006 Faber avrebbe compiuto 66 anni. Moriva invece la notte dell 11 gennaio 1999 all' istituto tumori di Milano, dov'era ricoverato, pochi mesi dopo aver ricevuto la diagnosi di cancro al polmone. Di quel giorno ho un ricordo che mi si è fissato in testa con una nitidezza fotografica: gli occhi di mia madre che si fanno tristi e il suo "No, cazzo…" che gli esce di getto, senza pensarci, come succede solo quando qualcosa ti tocca per davvero. L'apertura di tutti i notiziari di quel giorno ci è rotolata addosso come un macigno. Nella mia vita, nella mia famiglia, De Andrè è stato una costante, ci sono cresciuto. Ogni sua canzone è per me un tasto di richiamo ad un periodo della mia vita che altrimenti sarebbe morto, e che invece rivive completo delle sensazioni e degli odori di allora, ogni volta che la sua musica riempie l'aria. Il mio rapporto con Faber è atavico, sanguigno, emozionale prima ancora che poetico o tematico, ed è così per i molti figli della sua generazione che hanno avuto la fortuna di scoprirlo anche molto tempo dopo averlo conosciuto. È una scoperta che va ampliandosi giorno per giorno, ogni volta che si coglie nelle sue liriche qualcosa in più rispetto alla volta prima, o quando la realtà attuale della società ravviva " l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste", dando alla sua opera intera un connotato profetico che è prerogativa dei Grandi, ma quelli Grandi davvero, quelli che quando ti fanno il tiro di crepare ti strappano un "No, cazzo…" senza che nemmeno te ne accorgi. Quelli che con la loro poesia sono stati capaci di scandire il tempo di molte vite e di aprire molti occhi. Quelli che sono stati capaci di dar voce a qualcosa che è dentro alla povera gente da sempre ma non ha mai trovato la strada giusta per venire allo scoperto, rimanendo in attesa di un riscatto che poi è arrivato stringendo la chitarra in una mano e un quaderno di poesie nell'altra. L'eredità che ci ha lasciato De Andrè è l'umiltà di non voler dividere sempre il bene dal male, di capire senza giudicare, di rendere giustizia agli emarginati e agli emancipati di tutto il mondo. De Andrè ci ha lasciato in eredità un amore immenso per tutta l'umanità, che è il denominatore comune a tutti i più grandi rivoluzionari, da Gesù Cristo a Che Guevara. L'anarchia è venuta dopo, come un vestito che gli calzava a pennello, come qualcosa che lui stesso ha inventato senza nemmeno farlo apposta. E questo è il denominatore comune a tutti gli anarchici, quelli veri almeno. Sette anni dopo la sua scomparsa voglio rendergli omaggio, voglio ricordarlo ma soprattutto voglio ringraziarlo per tutto ciò che ha dato e continua a dare tramite la sua poesia, veicolo di un messaggio che si può condensare in un unico meraviglioso scopo: lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Buon compleanno Faber! Paolo
La sera, Maggio profuma Cos'è
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