Coda di lupo
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(postato il 27/11/2000 alle ore 19:14) autore: FRANCO SENIA


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Coda di Lupo è, insieme a la domenica dele salme, la sola canzone di
fabrizio ad avere un respiro, per così dire, storico.
Mentre la domenica delle salme si "limita" a scattare una fotografia
impietosa di quegli anni di "merda" che culminano nella caduta del
muro di berlino; inchiodando quell'avvenimento in una "fissità" che
sortisce l'effetto di lasciarci sgomenti. I pochi riferimenti al
passato di alcuni dei protagonisti non inficiano l'inferno di un
eterno presente.
Diversamente accade per "coda di lupo"!
Qualche anno dopo, la storia di un impiegato, fabrizio torna a parlare
di politica. Tenta un bilancio e, per farlo, parte da lontano. Prova a
tracciare una storia dell'antagonismo, usando un artificio: muove
dagli indiani d'america e dal loro impatto colla civiltà occidentale
per arrivare agli "indiani metropolitani" e al movimento del '77, che
chiude il decennio cominciato nel 1968.

De André ci parla, in questa canzone scritta nel 1978, dell'ultimo
vero conflitto che ha segnato la società italiana: quello fra
l'estrema sinistra e il più grande partito comunista d'europa,
incapace nella sua totale cecità di sfruttare la vittoria elettorale
del 1975, impegnato com'era a fare professione di moralismo e di
austerità!

Il dio degli inglesi "sono" i valori della borghesia che vengono usati
per far presa sull'animo di una classe che esce fuori dalla resistenza
e dalla liberazione! Questi ultimi impersonati dal nonno.

Il dio perdente è lo spauracchio agitato, negli anni cinquanta, contro
i primi sprazzi di ribellione giovanile, che assumono anche i
connotati tipici delle bande giovanile e dei "teddy boys"!
L'alternativa? Un impiego da ragioniere!

Il dio goloso è quello capace di eliminare, fagocitandoli, i
partigiani che non avevano smesso di credere che la liberazione
avrebbe dovuto portare a ben altri risultati!

Il dio della scala ci parla della prima contestazione che, in italia,
ebbe l'eco della stampa. Ci parla delle uove marce scagliate contro
gli invitati alla prima della scala, in un'italia già e ancora divisa
in due. Ci parla della prima "violenza" collettiva fatta e subita da
parte di una generazione che si affacciava, allora, alla storia.

Il dio a lieto fine, che manca, è quello che ad un decennio di lotte e
di contestazione risponde con il numero chiuso nelle università,
incapace di recepire le istanze che scaturivano dalla società di
allora. La strada viene, in qualche modo tracciata!

Ed arriviamo a generale capelli corti (Luciano Lama) che incarna
l'deologia più becera fondata sui valori assurdi del lavoro (il dio
fatti il culo) che davanti al più imponente movimento che anima
l'italia del dopo guerra non trova niente di meglio da fare che
attuare la sua squallida provocazione alla sapienza di roma (il little
big horn). E' la più grande vittoria del movimento, ma anche l'inizio
della sconfitta!

L'ultima strofa ci parla della lotta senza sbocco alcuno, la lotta
armata da una parte e i sommovimenti culturali dall'altra(i teatri di
posa dove scaricare la propria rabbia, quasi una sorta di feroce
autocritica!). E la loro tragica separazione (ne riparlerà ne la
domenica delle salme a proposito dei cantautori e delle loro voci
potenti per il "vaffanculo"). La risposta individuale ai problemi
della sopravvivenza (la pesca con le bombe a mano), gli atti di
eroismo inutili da parte di chi continuava a lottare nelle piazze e
nelle fabbriche.
Rimangono solo pochi disperati, sparuti, che hanno perso la memoria e
sparano anche a chi, tutto sommato, non meriterebbe una tale sorte!
Il cerchio si chiude: la risposta che rimane ai loro falsi dei è un
povero dio senza fiato e senza speranza che si gloria di questo suo
tragico modo d'essere!